Il mondo visto dall’alto

Certo il mondo visto dall’alto fa tutta un’altra impressione, dalla finestra di un ospedale ancora di più.

Stefano si era alzato presto quel giorno, il letto del reparto non era scomodissimo, ma non era il suo letto. Gli mancavano i rumori della sua casa, i vetri aperti sul giardino da cui filtrava l’aria della notte, con la luna che faceva capolino tra le fronde degli alberi.

Aprì le finestre e sollevò piano la tapparella, gli altri dormivano ancora. La città si stava svegliando, c’erano ragazze che correvano e anziani che passeggiavano il cane, in lontananza il rumore degli scarichi delle auto che aumentavano pian piano d’intensità.

Dall’alto la visuale era molto più completa, abbracciavi le colline, ancora grigioverdi, i tetti rossi delle case inondati dai primi raggi del sole e lo skyline dove spiccava l’unico grattacielo di questa città di provincia, un monolite grigio che deturpava il paesaggio, e le antenne e le parabole, vere brutture metalliche a cui non si è trovato ancora soluzione.

Una casa attaccata all’altra, senza soluzione di continuità, non sembra passarci aria tra di esse, tantomeno in strada, e l’aria è utile per disegnare la vita dei passanti, un’aria tremula, evaporata nella rugiada mattutina, solo qualche macchia verde spunta tra le tegole, quasi a cercare un respiro che non c’è.

E pensava a tutte le albe viste dall’auto, rasoterra la città era molto più scura, più triste, poi uscivi e alla prima rotonda il traffico ti investiva e non avevi più scampo, un lungo trenino di scatolette colorate ti portava al lavoro e maledivi il coglione che ti tagliava la strada, e il sole che ti sbatteva sugli occhi, e il finestrino chiuso per non sentire l’odore del combustibile bruciato.

Ma presto tutto ricomincerà: fra 9-10 ore invertirai la marcia, e non avrai avuto il tempo nemmeno di pensare, mentre io qui, dall’alto, ho tutto il tempo di sognare.

Marco Fantuzzi

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