Il vecchio campo di calcio

Quante partite su quel prato incolto, dove l’erba cresceva a strappi, stretto tra la ferrovia a nord e la Via Emilia a sud.

E a completare quella piccola area sportiva un piccolo campo di pallacanestro, lastricato in cemento e in un angolo una casupola che doveva servire da spogliatoio, ma in realtà era completamente vuota con due aperture senza serramenti a mo’ di porta e di finestra.

Ora tutto questo è scomparso da molti anni, al suo posto una palazzina con tante antenne e parabole sul tetto.

Allora era un luogo di ritrovo per gli adolescenti della zona, lì feci a botte con un ragazzo della mia età, fu la prima e unica volta nella mia vita.

Quel campetto di dimensioni irregolari, circondato da vigneti di lambrusco e da un canale di bonifica, mal tenuto a dir la verità, che alimentava l’irrigazione delle case coloniche della zona, segnò l’inizio della mia adolescenza.

C’erano molti contadini allora, stiamo parlando della fine degli anni sessanta, i figli di molti di loro vennero a scuola con me per tutte le elementari.

Sul campo in cemento imparai da solo ad andare in bicicletta, mio padre non mi volle mai insegnare, spaventato da un terribile incidente che subì mia madre mentre in bicicletta tornava a casa dal lavoro.

Rimase in coma per parecchi giorni, povero papà ha rischiato di rimanere vedovo molto giovane con un bimbo di 6 anni da crescere.

Dev’essere iniziato quel giorno il mal di vivere che ancora mi porto addosso.

Marco Fantuzzi

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