Arrivò finalmente il giorno

Arrivò finalmente il giorno in cui il Paradosso di Moravec fu superato. Gli scienziati erano riusciti a dare ai robot non solo sembianze umane ma anche tutte le caratteristiche motorie che per lungo tempo avevano fatto dei robot macchine agili solo nel pensiero.

Ma grazie allo sviluppo delle nanotecnologie si era rapidamente compresa la direzione da prendere, la morfologia dei robot era ormai a livello dell’uomo e una volta vestiti come noi sarebbe stato impossibile distinguerli, presto sarebbero stati indistinguibili sotto ogni aspetto.

Solo la coscienza di sé ogni tanto li tradiva, con opportune osservazioni e misurazioni dell’attività elettrica del cervello era possibile distinguerli con certezza.  Ma la tecnologia progrediva a una tale velocità che presto non ci sarebbero state differenze tra noi e loro.

Solo chi li controllava avrebbe saputo, ma c’era pure il rischio che questi androidi potessero sfuggire al controllo e vivere di vita propria. E allora avrebbero raggiunto traguardi per noi impensabili, magari avrebbero trovato la tecnologia per viaggiare alla velocità della luce.

L’universo non avrebbe avuto confini e avremmo saputo se l’uomo era solo nell’universo, se esisteva Dio, se c’erano limiti alla conoscenza, se noi avevamo un obiettivo, se eravamo arrivati sulla Terra per un certo scopo, da dove venivamo e dove saremmo andati.

Avremmo scoperto la nostra anima nel profondo, ne avremmo scoperti gli abissi o avremmo raggiunto vette inarrivabili. Ma tutto questo sarebbe bastato per capire che il benessere andava ridistribuito e non lasciato nelle mani di pochi?

Aveva ancora senso il divario tra povertà e ricchezza, aveva ancora senso distruggere il nostro habitat per sfruttare le poche risorse rimaste, aveva ancora senso tutto ciò o occorreva un’inversione troppo a lungo rimandata?

Più che un racconto, uno spunto per una raccolta di pensieri e riflessioni per un progetto di futurologia che ho appena iniziato.