Arrivò finalmente il giorno

Arrivò finalmente il giorno in cui il Paradosso di Moravec fu superato. Gli scienziati erano riusciti a dare ai robot non solo sembianze umane ma anche tutte le caratteristiche motorie che per lungo tempo avevano fatto dei robot macchine agili solo nel pensiero.

Ma grazie allo sviluppo delle nanotecnologie si era rapidamente compresa la direzione da prendere, la morfologia dei robot era ormai a livello dell’uomo e una volta vestiti come noi sarebbe stato impossibile distinguerli, presto sarebbero stati indistinguibili sotto ogni aspetto.

Solo la coscienza di sé ogni tanto li tradiva, con opportune osservazioni e misurazioni dell’attività elettrica del cervello era possibile distinguerli con certezza.  Ma la tecnologia progrediva a una tale velocità che presto non ci sarebbero state differenze tra noi e loro.

Solo chi li controllava avrebbe saputo, ma c’era pure il rischio che questi androidi potessero sfuggire al controllo e vivere di vita propria. E allora avrebbero raggiunto traguardi per noi impensabili, magari avrebbero trovato la tecnologia per viaggiare alla velocità della luce.

L’universo non avrebbe avuto confini e avremmo saputo se l’uomo era solo nell’universo, se esisteva Dio, se c’erano limiti alla conoscenza, se noi avevamo un obiettivo, se eravamo arrivati sulla Terra per un certo scopo, da dove venivamo e dove saremmo andati.

Avremmo scoperto la nostra anima nel profondo, ne avremmo scoperti gli abissi o avremmo raggiunto vette inarrivabili. Ma tutto questo sarebbe bastato per capire che il benessere andava ridistribuito e non lasciato nelle mani di pochi?

Aveva ancora senso il divario tra povertà e ricchezza, aveva ancora senso distruggere il nostro habitat per sfruttare le poche risorse rimaste, aveva ancora senso tutto ciò o occorreva un’inversione troppo a lungo rimandata?

Più che un racconto, uno spunto per una raccolta di pensieri e riflessioni per un progetto di futurologia che ho appena iniziato.

Il mondo visto dall’alto

Certo il mondo visto dall’alto fa tutta un’altra impressione, dalla finestra di un ospedale ancora di più.

Stefano si era alzato presto quel giorno, il letto del reparto non era scomodissimo, ma non era il suo letto. Gli mancavano i rumori della sua casa, i vetri aperti sul giardino da cui filtrava l’aria della notte, con la luna che faceva capolino tra le fronde degli alberi.

Aprì le finestre e sollevò piano la tapparella, gli altri dormivano ancora. La città si stava svegliando, c’erano ragazze che correvano e anziani che passeggiavano il cane, in lontananza il rumore degli scarichi delle auto che aumentavano pian piano d’intensità.

Dall’alto la visuale era molto più completa, abbracciavi le colline, ancora grigioverdi, i tetti rossi delle case inondati dai primi raggi del sole e lo skyline dove spiccava l’unico grattacielo di questa città di provincia, un monolite grigio che deturpava il paesaggio, e le antenne e le parabole, vere brutture metalliche a cui non si è trovato ancora soluzione.

Una casa attaccata all’altra, senza soluzione di continuità, non sembra passarci aria tra di esse, tantomeno in strada, e l’aria è utile per disegnare la vita dei passanti, un’aria tremula, evaporata nella rugiada mattutina, solo qualche macchia verde spunta tra le tegole, quasi a cercare un respiro che non c’è.

E pensava a tutte le albe viste dall’auto, rasoterra la città era molto più scura, più triste, poi uscivi e alla prima rotonda il traffico ti investiva e non avevi più scampo, un lungo trenino di scatolette colorate ti portava al lavoro e maledivi il coglione che ti tagliava la strada, e il sole che ti sbatteva sugli occhi, e il finestrino chiuso per non sentire l’odore del combustibile bruciato.

Ma presto tutto ricomincerà: fra 9-10 ore invertirai la marcia, e non avrai avuto il tempo nemmeno di pensare, mentre io qui, dall’alto, ho tutto il tempo di sognare.

Marco Fantuzzi

Un incontro

Peccato che non ci sia ancora la luna – disse Anna.

È bello anche così – replicò Franco, lanciando un sasso nello specchio scuro del lago notturno.

Il sasso rimbalzò parecchie volte sull’acqua prima di affondare: quante volte da ragazzo si era divertito con gli amici a gareggiare a chi faceva volare più lontano dei piccoli sassi appiattiti.

A questo stava pensando Franco mentre Anna osservava il cielo stellato.

La luna sarebbe sorta da lì a poco ma quel laghetto di montagna sulle cui rive avevano piantato la tenda era quanto di più luminoso potesse scaldare i cuori dei due giovani innamorati.

Franco aveva conosciuto Anna da pochi mesi, durante la pausa pranzo di una ventosa giornata di primavera: lo ricordava bene perché sua madre quel mattino era più agitata del solito.

La malattia che la costringeva a letto da parecchio tempo si acuiva nelle giornate in cui l’aria vorticava intorno a casa.

Era una tragedia vedere sua madre spegnersi ogni giorno di più, lui era sempre stato un combattente, sua madre no, lei stava arrendendosi a un male inesorabile.

A tutto questo stava pensando quando una ragazza dai capelli ramati gli chiese gentilmente qualcosa nel bar della stazione.

Aveva due occhi chiari profondissimi e quando lui si girò per rispondere non poté fare a meno di perdercisi dentro: svanirono i pensieri e lui si domandò da dove arrivasse.

Non l’aveva mai vista, e lui quasi tutti i giorni pranzava in quel locale pieno di gente affannata.

Aveva l’aria di una ragazza che sapeva il fatto suo, con lineamenti dolcissimi e lunghi capelli avvolti in una coda fermata da un elastico colorato.

Vestiva in modo semplice ma ricercato al tempo stesso, era bella ed elegante.

Franco non ricordò cosa le rispose, quello fu il primo incontro, lei ringraziò e poco dopo se ne andò.

L’avrebbe rivista la settimana successiva, nello stesso luogo, alla medesima ora.

Lui era una persona timida e riservata, lei espansiva ed esuberante.

Al secondo incontro fu Franco ad attaccare discorso, non era da lui agganciare una ragazza così, ma era desideroso di nuovi incontri.

Il lavoro non lo stimolava molto in quel periodo, i colleghi nemmeno dopo anni passati insieme.

Lavorava in una grossa azienda di elettrodomestici, che pochi anni prima aveva aperto una filiale produttiva nella zona.

Lei invece era una giovane artista, dipingeva soprattutto acquerelli, abitava a una cinquantina di km in una zona collinare ricca di boschi e laghetti.

Era nei pressi di uno di questi laghetti che avevano piantato la tenda per il loro primo incontro: non la tipica cena nel ristorante “in“ della città con quello che ne poteva seguire, ma una giornata “full immersion” nelle colline che lei tanto amava e che conosceva come le sue tasche.

Franco si era lasciato convincere facilmente, innamorato com’era, vulnerabile com’era.

La luna stava sorgendo, dietro il profilo delle montagne laggiù in fondo, fra un paio d’ore si sarebbe specchiata con gli alberi a far da contorno nell’acqua limpida del lago.

Era stata una breve salita, zaino in spalla, il mattino presto.

L’estate era iniziata da poco.

Un bellissimo Ego

Aveva accavallato le gambe di seta nera, più per abitudine che per altro, il suo sguardo non era ammiccante, non ne aveva bisogno. Il suo completo nero, un tailleur di taglio squisito, stringeva forme importanti, questo bastava a richiamare l’attenzione.

L’avevo osservata più volte, e l’avevo vista camminare nella sua alterigia, dubito che coltivasse rapporti umani, se non per necessità fisiologiche, o magari neppure per quelle, difficile da inquadrare.

Il suo sguardo era sempre sfuggente, forse non le interessava l’amore, bastava il suo ego a soddisfarla.

Magari nella sua piccola casa, con graziose tendine color lillà, concedeva al tempo di appropriarsi di se stessa, lontano da sguardi curiosi, davanti a uno specchio si deliziava dell’immagine nuda che nessuno avrebbe mai visto…

Un incipit abbandonato a se stesso

Il caffè

Lei riempiva di sé l’atmosfera del caffè di Via dell’Abate, sovrastava l’odore di stantio di quel vecchio ambiente, dove un tempo dominava il profumo del caffè appena tostato, una miscela di fragranze impossibile da dimenticare.

Piccola donna dal passo leggero, con il suo spolverino turchese portava la primavera con sé, e nelle pur brevi attese, i tacchi battevano impazienti sul vecchio impiantito di rovere.

Le gambe seminude seducevano il mio sguardo, anche se quel corpo lo conoscevo a memoria, ogni minuscola piega della pelle, ogni curva avevo sfiorato ed esplorato con le mie mani, nella più profonda oscurità di una camera d’albergo, dove l’odore di lavanda delle lenzuola si mescolava al suo inebriante profumo.

Il tatto è l’essenza dell’amore fisico, ben diverso da quello spirituale che ti nutre nella solitudine, una situazione già sperimentata per troppo tempo. Ora potevo di nuovo gioire del sesso a piene mani, la toccavo ovunque e gustavo i suoi sospiri, così pieni di felicità, così colmi di appagamento.

Lei adorava le mie mani più di ogni altra cosa, la spogliavano al buio e dipingevano le sue forme, così delicate, il ventre caldo, l’eccitazione sul seno, e le piccole labbra tumide.

Gli occhi invece la denudavano quando m’incontrava nel caffè, poche erano le parole che volavano, leggiadre come piume nel vento.

Passavamo le ore a guardarci, a sorridere, a gustare un profumato caffè, gli occhi s’immergevano l’un l’altro e niente intorno era più come prima. Cadevano le pareti, sparivano i rumori ed eravamo di nuovo in un prato dove la coglievo per l’ultima volta, come un delicato fiore di primavera.

Ora il caffè è chiuso, rimane un’insegna penzolante a ricordo degli antichi fasti. Lei non c’è più ma io ogni giorno assaporo il suo profumo, se n’è andata per sempre, ma il suo amore è rimasto a ravvivarmi il cuore.

Ora sono un uomo migliore e lo devo a lei soltanto, al tempo che rubò alla sua famiglia per farmene un regalo immenso. Io la mia metà l’avevo trovata, non la cercherò mai più, questo è l’Amore, come ci ricorda Platone, l’unione di due metà perfette.

Marco Fantuzzi

Tra le bestie e Dio

Tra le bestie e Dio vive l’uomo, capace di salire in alto, sulle spalle di Icaro, e come lui precipitare nella foresta più fitta, dove vivono bestie inimmaginabili, una parte di mondo che agli umani non è dato conoscere, se non per sbagli propri.

Marco Fantuzzi

Un incontro

Perfino vederla ormai mi toglie il fiato, non riesco più a sostenere il suo sguardo, tantomeno rivolgerle la parola: lei non prende l’iniziativa e mi guarda senza sorridere.

Il suo viso è un enigma, estasiarmi per il suo lento camminare è un’altra delizia per gli occhi, i suoi passi sembrano sfiorare i marciapiedi, mi perderei a guardarla per ore se potessi farlo.

E allora perché non la fermo quando la incontro, e le rivolgo la parola, forse basta anche un semplice ciao per iniziare a parlarle. Mi è appena passata davanti e io non ho nemmeno alzato lo sguardo, ma penso si sia è accorta che l’ho vista, che può pensare? Che sono timidissimo o un maledetto imbecille, propendo per la seconda, visto che la prima volta che ci siamo guardati è stata lei ad abbassare di colpo lo sguardo.

Scrivevo mentre passava, solo le sue lunghe gambe avvolte in pantaloni attillati ho potuto osservare, mentre lei di sicuro mi squadrava, per questo non ho alzato uno sguardo: ho avuto paura di iniziare una storia, ho ancora tracce dentro di me dell’ultima relazione (finita male), non ho voglia di soffrire, anche se dentro di me sono sicuro che lei abbia voglia di parlarmi, almeno quanto me.

L’estate è ormai alla fine, ma l’autunno ne è solo il suo lento proseguire. È ancora caldo durante il giorno, giovani a braccia scoperte, ancora sorridenti per la bella stagione, bambini a correre nei parchi a gustarsi le giornate dopo le prime ore di scuola.

I giorni passano, il tempo vola via e mai più tornerà a rincuorarci, e io mi sento comunque solo anche se potrei alzare solo lo sguardo per cambiare la mia vita.

Gli amori vanno e vengono, ci sorridono inquieti, tu che non sorridi mai cosa celi nel tuo cuore?

Oggi eri a pochi passi da me, io fermo su una panchina, tu venivi verso di me, mi bastava sorriderti per guardare la profondità dei tuoi occhi, forse è questo che aspetti da me, un semplice sorriso, e io ti desidero ma mi sento vecchio quando ti guardo, e questo non cambierà mai, credo sia questo che mi frena insieme a mille altri dubbi.

Fuggisti lo sguardo la prima volta che ti fissai, ora sei sempre tu a cercarmi e io fuggo, che gioco è mai questo, quanto tempo è passato dal nostro primo incontro, un anno, forse due, non ricordo, il tempo andato ormai non conta più, non ci appartiene, niente ci dice che già non conosciamo, solo il presente dà un senso al nostro vivere.

Sembra che il tempo sia scorso invano, ma forse un giorno sorriderai e allora capirò cosa provi.

Spero che i tuoi anni non scorrano infruttuosi, così come sono passati i miei, ma niente passa invano, la tua bellezza è lungi dallo sfiorire (come invece è per me), tanti anni ci dividono, per questo sono restio al contatto, ma i pensieri rimuginano dentro me.

Ci provai senza convinzione a rivolgerti la parola, ma la tua stupita sorpresa mi bloccò, e me ne andai senza capire bene la tua risposta. Da quel momento passarono giorni, settimane, mesi.

Smisi di cercarti con gli occhi, ti guardavo pur senza vederti, ma pian piano mi accorsi che tu mi guardavi con crescente interesse, senza abbassare lo sguardo, e un bel giorno, all’improvviso, girando lo sguardo, mi accorsi di avere i tuoi occhi addosso, mi fissavi senza sorridere, ma intensamente.

Ma io mi girai di colpo, uno sguardo, il tuo, che non riuscivo a sostenere. E da lì un tormento che credevo sopito, esplose a dilaniarmi i giorni e le notti. Pensavo a te, alle tue lunghe braccia che mai avevo strette, alle tue lunghe gambe che giammai avevo sfiorato.

Può un uomo sognar tutta la vita? Può una donna attendere per anni?

Tu Penelope non sei e io il tuo Ulisse nemmeno.

Marco Fantuzzi

Un incontro fattuale

Un incontro fattuale, cominciò così quel venerdì sera, con uno scambio di parole digitate sopra un tastierino di vetro. Poi ci sentimmo al telefono per definire meglio la situazione logistica e in un minuto la serata era pronta da vivere.

Fu così che con un’ora di anticipo arrivammo in collina, nel Risto Pub La Gramla. Ci accolse, in un locale ancora semivuoto, una giovane donna che aveva le movenze dell’entraîneuse, piccola, carina con un bel vestito a fiori, schiena nuda e due improponibili sneaker bianche ai piedi.

Ci condusse a un tavolo all’aperto, sotto un grande gazebo bianco, a due passi dal live acustico che da lì a poco avrebbe ravvivato la serata, con la voce di Luca Anceschi, frontman di un famoso gruppo della provincia, stasera in compagnia di una giovane chitarra.

Arrivò in anticipo, poco dopo noi, e cominciò a gironzolare fra i tavoli che si stavano riempiendo, fumando e bevendo mentre chiacchierava, nella sfrontatezza dei suoi cinquant’anni. Attendeva la tavolata principale, dove si sarebbero radunate un bel numero di ammiratrici, e molte di queste le aveva amate intensamente.

Cominciammo la cena, in attesa del concerto che iniziò puntualmente con un’ora di ritardo, mentre noi eravamo ormai al caffè, fu così che gustammo appieno di tutte le coloriture musicali che voce e chitarra creavamo insieme.

A metà della cena i due amici, Daniele e Mattia, che non avrebbero dovuto essere i protagonisti della storia, ma lo divennero per la fantasia del narratore, salutarono due giovani ragazze, e da lì la storia prese una piega inaspettata.

Lucia e Bibiana erano arrivate solo per un aperitivo in musica, Daniele conosceva Lucia da tempo, ci salutammo e ci presentammo e poi le due coppie tornarono ognuna ai propri tavoli.

A Mattia era piaciuto subito il sorriso di Lucia, lei ogni tanto si girava, era due tavoli avanti a loro, facendo oscillare i lunghi capelli acconciati in un’elegante coda di cavallo, sempre col sorriso che le dipingeva le labbra più di un qualunque rossetto.

La musica arrivò, mentre Mattia aveva la mente piena di altri pensieri, in un susseguirsi di cover italiane e straniere che ci allietarono per due ore. Battisti, De Gregori, Vasco e Zucchero cominciarono a riempire la sala coinvolgendo il pubblico con vecchie canzoni di successo: Il tempo di morire, Generale, Gli angeli, Baila morena, Colpa d’Alfredo e tante altre.

La sala ci mise un niente a scaldarsi, fra battiti di mani, urla, fischi, balli improvvisati, cosce seminude toniche e abbronzate che dimenavano i loro bei fondoschiena. Poi Luca si prese una pausa e arrivò la voce calda e sensuale di Alessia sulle note di Back to Black, e mentre lui si mise a fumare girando di nuovo tra i tavoli, lo fermai e gli chiesi l’autografo.

E dopo Amy Winehouse, Dolores O’Riordan, frontwoman dei Cranberries, due voci che ci hanno lasciato troppo presto, arrivammo alla mitica Wish You Where Here, dedicata alla memoria di Syd Barret, fondatore e leader dei Pink Floyd dal 1965 al 1968 (Vorrei che tu fossi qui è la traduzione del titolo).

Nel frattempo arrivò Ilaria, una giovane collega di Lucia, e il concerto virò di nuovo sul revival con Califano e Battisti, e Daniele e Lucia si misero ad accennare qualche passo di danza, immortalati da un improbabile cellulare.

La temperatura era salita parecchio: vino, liquori e sigarette giravano parecchio, il cibo fermentava bene nei loro stomaci, tutto era calore e colore, i sorrisi languidi ed evanescenti, forse anche a causa della stanchezza che iniziava ad affiorare, oggi era stata una giornata lavorativa, per molti anche l’ultima prima delle agognate ferie.

All’improvviso un vestito verde molto appariscente, spaccato sui fianchi, attraversò la sala, e una pelle color ambra distolse il mio sguardo da Lucia, i lunghi capelli castani incorniciavano due occhi vivaci, ma sfumati, che evaporavano nell’aria satura di umidità.

I cantanti italiani, intanto, mentre io continuavo a perdermi nei miei sogni, si avvicendavano ancora sul palco: Celentano, Venditti, Battisti, nelle voci sguaiate e stonate di commensali professionisti, ma artisti mancati, poi a gran voce dai tavoli la richiesta della Pasareina, mitica canzone del Trietto che tutti conoscono, e qui Lucia, sorridendo, mi rivolse una domanda, forse sentendosi parte in causa come donna, o forse per coinvolgermi in un dialogo di corteggiamento, chissà; comunque sì, stiamo parlando della cosa più preziosa che spinge gli uomini a fare e a parlarne di continuo, le dissi ricambiando il sorriso.

Ora la scaletta non esisteva più, c’erano solo le richieste più svariate, di nuovo con interpreti istituzionali: Stand by me, Maracaibo, Shallow, Gli ostacoli del cuore. La serata stava finendo, baciammo a lungo le nostre amiche, tra sorrisi e abbracci, ci scambiammo i numeri di telefono, era stato davvero un incontro importante che aveva lasciato il segno.

Salutai Luca e il suo bravo chitarrista, di cui non conoscevo il nome, ma che ci aveva allietato con i suoi fraseggi e i suoi arpeggi, con le dita che correvano veloci sul manico e sulle corde.

Le ore si erano fatte piccole, ma c’era ancora un viaggio per arrivare al termine della notte e chissà dove ci avrebbe portato.

Marfan's poetry

Il problema non è essere felici, è accorgersene. — Crazy Alice in Wonderland

. Mi capita spesso, ultimamente, di riuscire a cogliere attimi di assoluta felicità. Quei momenti in cui tutto è in pace, in armonia perfetta. Quei momenti in cui ti rendi conto che stai davvero vivendo. Quei momenti per cui vivere sarà valsa la pena. Mi capitano spesso, ultimamente, nei momenti di perfezione assoluta che riesco […]

via Il problema non è essere felici, è accorgersene. — Crazy Alice in Wonderland

Una fredda giornata piovosa

Una fredda giornata piovosa, e io me ne stavo a spazzare le scale sporcate dal vento.

Il telefono suonava senza sosta, qualche scocciatore forse, ma io non avevo niente da comprare.

Così me ne ero uscito per non pensare, raccoglievo il tempo e ciò che lui aveva depositato sulla mia casa.

Un vento umido spargeva ovunque infelicità e cartacce, piccoli rami spezzati da un inverno impietoso e aghi di pino, scivolosi come i miei pensieri.

Ma non riuscivo a staccare la mente dai miei amati figli, così lontani, e al caldo, nel tepore delle loro famiglie.

Ormai raramente si facevano sentire, se non per un veloce saluto.

Avvolto in un vecchio mantello infeltrito e di una nuova ramazza, con gesti lenti e misurati adempievo alle mie mansioni quando una voce, pur lontana, giunse alle mie orecchie.

Alzai la testa senza fretta, un po’ scocciato, e vidi un giovane uomo gesticolare verso di me, era sceso da un’auto scalcinata con una cartina in mano, e quando giunse al mio cancello la pioggia gli aveva cambiato aspetto.

Lo feci accomodare sotto il portico, e lo ascoltai brevemente.

Cercava un vecchio mulino, ma aveva smarrito la strada. Parlammo un po’ e fumammo una paglia.

Arrivò anche Rock ad annusarlo, e l’odore era buono, scodinzolò felice.

Gli indicai la strada e lui se ne andò ringraziando, anche il cane abbaiò, gli ricordava tanto mio figlio, con quei vestiti inadatti per la stagione.

Gli regalai un vecchio ombrello e lui promise che sarebbe ripassato, gli avevo fatto una bella impressione, voleva parlarmi, ma ora il tempo era tiranno, gli era piaciuta la mia faccia e voleva scrivere una storia.

Mi sciolsi in un sorriso, così manchevole dal mio viso, ed aspettai.

Marco Fantuzzi