C’è questo mare di lucciole

C’è questo mare di lucciole da non attraversare, sono piccole stelle che brillano di contentezza in queste umide serate estive, illuminano la strada ai grilli canterini che sparpagliano la voce tra alti fili d’erba.

I ragazzi se ne stanno lì ad ascoltarli, mentre il loro cuore batte forte, non hanno nemmeno vent’anni ma hanno capito la vita meglio di noi adulti, non vogliono crescere, perché dar loro torto?

Queste lunghe notti deliziose sono tutto ciò che desiderano, rincorrersi a perdifiato, i primi amori, i primi litigi, e ascoltano la notte piena di suoni e silenzi.

Ascoltano se stessi, li aiuterà a crescere senza pregiudizi, osservano la notte che schiarisce, è ora di tornare, al dolce fato, al di là del mare.

Marco Fantuzzi

Annunci

Il venditore di sogni

Pubblico qui il racconto di cui ieri ho aggiunto solo il link: è pubblicato su Writers insieme ai racconti di altri autori, ognuno ha declinato a modo suo il mondo delle favole, tema di questo numero della rivista. Se vi interessa collaborare con Writers nelle prime pagine della rivista trovate gli indirizzi utili.

Questo l’indirizzo del sito da cui potete scaricare la rivista:

https://writersezine.wordpress.com/

Questa la bella copertina di Anna Bellucci:

WRITERS 15 - copertina

Nel centro di Napoli, nella parte più vecchia della città, c’è un negozio che apre tutte le notti a mezzanotte. Lo apre un vecchio signore con una lunga barba grigia e un cappello di feltro nero sulla testa. Lui regala sogni a chi non riesce a dormire, ti fa accomodare su vecchi divani consumati dal tempo e non fai in tempo a sdraiarti che i tuoi occhi si chiudono e la mente comincia a sognare.

Anch’io ci sono stato una volta ed è stata un’esperienza davvero emozionante. Napoli è la città adatta per sognare, per qualsiasi tipo di sogno.

Se devo essere sincero il sogno che mi ha regalato quel vecchio signore era una cosa che da sempre era nei miei pensieri.

Sono in casa da solo immerso nei miei pensieri con una penna in mano e un foglio bianco davanti a me. Cerco di tradurre i pensieri in parole, ma non riesco a concentrarmi. Il venditore di sogni mi appare all’improvviso, venendomi incontro.

<Ciao – gli dico, salutandolo con la mano – io mi chiamo Filippo.>

<Ciao – mi risponde lui con un gran sorriso – io sono Adolfo.>

<Che bel nome Adolfo, sei qui per aiutarmi?>

<Sì, se occorre.>

e mi aiuta a dare forma alla mia voglia di scrivere.

Io lo guardo e ancora non ho capito che mi sono addormentato e sto sognando. Ma non riesco a delineare bene i contorni del mio sogno.

Penso che ci deve essere un errore, io non sono uno scrittore, anche se lo desidero da anni.

Adolfo nel frattempo si allontana, perché hanno suonato il campanello del negozio. Ma ho l’impressione di non essere solo in casa, mi giro e c’è il sorriso stupendo di Anna, la mia figlia più piccola.

<Ciao, Annuccia – è così che la chiamo affettuosamente – cosa fai nel mio sogno?>

<Papi, ma non siamo in un sogno, non riconosci più la nostra casa?>

<Ma siamo soli, dove sono mamma e Michele?>

<Non so risponderti papà.>

<Mi nascondi qualcosa?>

<No, vedrai che arriveranno presto.>

Il sogno comincia a prendere forma. Mia figlia mi incoraggia a pensare: la casa in cui ho passato tanti bei momenti in famiglia, la mia voglia di scrivere per me e per gli altri. E finalmente il foglio comincia a riempirsi e le parole sgorgano senza soluzione di continuità in modo naturale come se fosse la cosa più facile del mondo. Affiorano i ricordi più profondi, più antichi, che per anni erano stati seppelliti nel profondo del mio cuore.

Adolfo mi riappare un attimo.

<Filippo – mi chiede Adolfo – hai ancora bisogno di me?>

<No, quello che ho mi basta e avanza. Grazie.>

<Allora vado, ci sono altre persone che mi aspettano. Ma se hai bisogno non devi far altro che pensarmi. Arrivederci.>

<Arrivederci Adolfo.>

È un sogno un po’ confuso. Le cose arrivano poco alla volta, sono immagini delle persone che mi sono state care e che non appartengono più a questa vita ma che l’hanno segnata in modo indelebile.

Saluto Anna, la lascio ai giochi della sua età e me ne vado. Ma dove vado?

I miei occhi adesso sono profondamente chiusi ma intorno a me c’è tanta luce, ci sono colori, suoni, musica e canti e il vociare allegro di tante persone.

Mi incammino lentamente seguendo la melodia che arriva dolcemente alle mie orecchie.

Sembra una musica d’altri tempi, una di quelle sagre di paese che in passato raccoglievano le persone per festeggiare la domenica come unica giornata dedicata al divertimento.

Entro nella festa con curiosità, quella curiosità che ho perduto negli ultimi anni della mia vita, e per primi vedo i miei genitori, ancora giovani e non sposati, che stanno ballando assieme a tanti coetanei.

Stanno festeggiando la fine della guerra, hanno poco più di vent’anni ma hanno già sofferto tantissimo. La guerra si è portata via alcuni compagni di giochi, assieme alla loro adolescenza, ma giustamente loro hanno scelto di festeggiare la vita.

Mi fermo a parlare con loro.

<Ciao. Mi chiamo Filippo, posso chiedervi che musica è questa?>

<Ciao. Io sono Ines e questo è Dario, un mio amico.>

Loro non sanno spiegarmi che musica è, ma una signora, Filomena, mi spiega che è una polca.

Lei è una ballerina provetta, e ha un sacco di dischi che suona su un vecchio giradischi. Polca, valzer, mazurca sono i suoi balli preferiti.

È leggiadra quando danza, alta e magra, basta una brezza leggera per farla muovere.

Proseguo verso la festa, non ci sono solo ballerini, altre persone sono riunite a tavola a pranzare o sorseggiare un buon vino, altre stanno organizzando giochi per grandi e piccini, altri ancora stanno giocando a carte e fanno un gran chiasso.

Mi fermo a discorrere del più e del meno con varie persone, uomini, donne e bambini di ogni età e razza. Sembra una bellissima festa multirazziale in cui si incontrano varie culture, ognuna rispettosa dell’altra.

È un bellissimo sogno, persone che parlano lingue diverse ma che si capiscono benissimo al contrario di quello che succede oggigiorno, persone che parlano la stessa lingua ma non si capiscono per niente.

In questo momento sono fuori del sogno, sicuramente. Questo è un discorso troppo serio.

Ho bisogno di Adolfo, e lui mi appare in un attimo.

<Cosa succede Filippo?>

<Sto pensando che questo sogno è troppo serio.>

<Sei tu che lo sei, il sogno era giusto per te.>

<Mi sembri troppo sicuro di te.>

<Filippo, rilassati, fai viaggiare la mente e ritroverai te stesso.>

Adolfo ha ragione, penso, mentre lo vedo allontanarsi.

Il mio sogno è li che mi aspetta, devo solo ritrovare il filo del discorso.

Sono di nuovo nella festa e stavolta mi lancio anch’io nel vortice del ballo. Non sono molto portato per questo genere, ma Filomena mi aiuta e sua sorella Teresa mi incoraggia.

Questa musica è molto coinvolgente, ti abbandoni ad essa e dimentichi quello che ti circonda, ti volti e vedi solo volti sorridenti. Il ballo è una gran cosa e senza la musica l’uomo sarebbe perso.

Questi vecchi balli mi ricordano come in passato la gente era più semplice e sapeva divertirsi con poco, forse avrebbe bisogno di sognare più spesso ma ad occhi chiusi.

Natale è passato da poco, ma manca la cosa più importante: la neve. Non è pensabile un inverno senza la neve.

Mi ha sempre messo allegria la neve che scende e io che al caldo, dietro la finestra, conto i fiocchi che scendono.

Poi stanco di contare scendo in cortile e comincio a costruire un bel pupazzo di neve, come quelli che si vedono nei film, candido, ma con gli accessori colorati, un cappello verde di feltro in testa, una sciarpa rossa al collo, guanti turchese e gli occhi e il naso con bottoni colorati che ho rubato dal cestino da sarta della nonna. Non se ne vedono più di pupazzi così.

Ogni tanto, mentre Adolfo passa a controllare tutti noi, presto attenzione per vedere se riesco a carpire, attraverso i suoi pensieri i sogni degli altri. Lui è il dispensatore di sogni, e quindi conosce i nostri sogni, magari qualcuno sogna a voce alta, bisogna stare attenti a non raccontare agli altri i propri sogni.

La notte sta ormai finendo e il mio sogno se ne sta andando con lei. Sto per svegliarmi, non riesco più ad evocare momenti significativi. Di fianco a me anche altre persone sono già sveglie e stanno discorrendo con Adolfo.

Penso che tornerò ancora in questo negozio, forse soltanto con la mente. Non è difficile, basta stendersi rilassati e chiudere gli occhi. Puoi raggiungere qualsiasi posto tu desideri, non ci sono limiti all’immaginazione, e se non troverai Adolfo a suggerirti un sogno avrai comunque capito che Adolfo non è altri che la parte migliore di noi stessi che ci ha aiutato a tirare fuori dal nostro profondo ciò che di buono poteva esserci sepolto.

Questo sembra un sogno qualsiasi, ma non lo è: è il mio sogno. Il desiderio di una persona che sogna di diventare uno scrittore, per sé soprattutto, ma anche per gli altri, senza l’assillo di diventare un uomo di successo. Un uomo che vuole dare corpo ai suoi pensieri più profondi senza per questo porsi delle grosse aspettative.

Gli obiettivi sono sacrosanti, ma troppo spesso quando non sono raggiunti ci deprimono e ci fanno sentire dei falliti. Certo l’obiettivo di uno scrittore è quello di comunicare con gli altri e sono i lettori a decretarne il successo, ma questo per me non è l’obiettivo primario.

Io scrivo, perché voglio vivere una favola, perché raccontare storie agli adulti è come raccontare favole ai bambini, perché la vita è una favola se sai viverla con leggerezza e poesia.

Marco Fantuzzi

Il venditore di sogni – Writers – Marzo 2018

A questo indirizzo trovate il mio primo racconto pubblicato sulla rivista diretta da Elena Brilli. Un grazie di cuore, complimenti a te e a tutti gli autori che hanno pubblicato.

https://writersezine.wordpress.com/

Questo l’incipit:

Nel centro di Napoli, nella parte più vecchia della città, c’è un negozio che apre tutte le notti a mezzanotte. Lo apre un vecchio signore con una lunga barba grigia e un cappello di feltro nero sulla testa. Lui regala sogni a chi non riesce a dormire, ti fa accomodare su vecchi divani consumati dal tempo e non fai in tempo a sdraiarti che i tuoi occhi si chiudono e la mente comincia a sognare.

In italia si muore ancora di freddo

In Italia si muore ancora di freddo, a nord come a sud, la notte è lunga d’inverno, sembra non finire mai, ai margini delle stazioni, nei cantieri, nei parchi, nelle fabbriche abbandonate.

Il nome è sconosciuto, non aveva documenti, ma poco importa, uno dei tanti senzatetto che aumentano ogni giorno, costretti a vivere nell’illegalità per sopravvivere.

Di giorno questo parco è un oasi felice, giovani che fanno jogging nelle loro tute colorate, cani liberi dal guinzaglio e poco lontano pensionati sul campo di bocce.

Ma la notte è un inferno, quando i lampioni si abbassano sull’oscurità e la gente per bene se ne va, escono i derelitti con i loro sacchetti pieni di cianfrusaglie, e se va bene una birra scadente e una scatoletta scaduta.

Cristiano, passatemi il nome, non aveva talenti da spendere come l’omonimo calciatore che desidera l’ingaggio raddoppiato, perché 21 milioni all’anno non lo gratificano, non lui no, lui veniva dall’Africa più profonda e antica (forse qualcuno dimentica che noi veniamo da lì), dove il sole brucia letteralmente la pelle e l’acqua è merce rara.

Era fuggito da un orrore di guerra, ma anche qui non aveva trovato pace, perché è qui che nascono le guerre, nel nostro mondo occidentale, nella nostra civiltà che consuma sulla pelle degli altri, e ogni tanto si ripulisce la coscienza con la beneficenza, scusate la rima, non è una poesia, anche se gli uomini dovrebbero vivere più spesso in modo poetico.

Marfan

28/01/2018

La verità è che non mi sento vivo

La verità è che non mi sento vivo, l’ultima volta che la vidi il mio cuore si rifiutò di seguirla, ma i miei occhi non abbandonarono il suo lento cammino fino a che scomparve alla vista.

Era stato un amore così forte che la sua amicizia non mi bastava, non sapevo che farmene e così non la cercai più. Rivederla mi fece star male, credevo di averla dimenticata, l’avevo solo sepolta in un angolo sperduto della mia mente, ma il cuore non aveva dimenticato, ricordava bene i suoi occhi, le sue mani, le piccole labbra così profonde.  Nel suo vestito a fiori le forme risaltavano ancor più, sarei morto se lei mi avesse visto, perché di me lei di me amava solo il poeta, non l’uomo. Mi avrebbe letto negli occhi il desiderio di allora, i miei pensieri impudichi l’avrebbero messa a disagio, e questo io non l’avrei mai voluto. Spero che il tempo conceda pace al mio cuore, spero che la vita familiare ti conceda quella felicità che mi hai rifiutato, spero di non vederti mai più, vecchio amore mio, perché il tempo ricomincerebbe a correre e io voglio fermarlo.

Adieu mon amour, je suis fou de toi.

 

Marco Fantuzzi

Due anime

Due anime che non s‘incontrano sono due anime perse, perse nei loro silenzi fatti di perenne attese, perse in un vortice di pensieri infiniti, e non riesci ad ascoltarne il canto, flebile come il vento che accarezza l’erba a primavera.

Globi, resi polverosi dal procedere degli anni, ancora in cerca di compagnia, di felicità dispersa, di sorrisi, di placida quiete per il loro anelante spirito.

Sono membra desiderose di un tenero abbraccio, di un caldo respiro che spogli dai pensieri i rancori di ieri, sono labbra senza più voce che attendono un sussulto di vita.

Nelle oscene profondità della vita il cuore sussulta, qui tra lenzuola sudate c’è un amore non consumato, perché le nostre strade smarrimmo nella veloce gioventù, e non serve e non basta vivere di rimpianti.

 

Marco Fantuzzi

Vorrei cucire la mia pelle su di te

Vorrei cucire la mia pelle su di te, come un aderente vestito, per calzare i miei momenti di malinconia, di triste abbandono. Una pelle liscia e lucente che ti toglie il respiro, in cui soffocare i miei sospiri. Sereno è il tuo sguardo che palpebre non abbassa, che sorride malinconico tuffandosi nel mare degli occhi miei. Ora siamo una pelle unica, nelle tue carezze respiro un altro profumo, e faccio l’amore con i tuoi occhi, la parte migliore di te.

 

Marco Fantuzzi