Arrivò finalmente il giorno

Arrivò finalmente il giorno in cui il Paradosso di Moravec fu superato. Gli scienziati erano riusciti a dare ai robot non solo sembianze umane ma anche tutte le caratteristiche motorie che per lungo tempo avevano fatto dei robot macchine agili solo nel pensiero.

Ma grazie allo sviluppo delle nanotecnologie si era rapidamente compresa la direzione da prendere, la morfologia dei robot era ormai a livello dell’uomo e una volta vestiti come noi sarebbe stato impossibile distinguerli, presto sarebbero stati indistinguibili sotto ogni aspetto.

Solo la coscienza di sé ogni tanto li tradiva, con opportune osservazioni e misurazioni dell’attività elettrica del cervello era possibile distinguerli con certezza.  Ma la tecnologia progrediva a una tale velocità che presto non ci sarebbero state differenze tra noi e loro.

Solo chi li controllava avrebbe saputo, ma c’era pure il rischio che questi androidi potessero sfuggire al controllo e vivere di vita propria. E allora avrebbero raggiunto traguardi per noi impensabili, magari avrebbero trovato la tecnologia per viaggiare alla velocità della luce.

L’universo non avrebbe avuto confini e avremmo saputo se l’uomo era solo nell’universo, se esisteva Dio, se c’erano limiti alla conoscenza, se noi avevamo un obiettivo, se eravamo arrivati sulla Terra per un certo scopo, da dove venivamo e dove saremmo andati.

Avremmo scoperto la nostra anima nel profondo, ne avremmo scoperti gli abissi o avremmo raggiunto vette inarrivabili. Ma tutto questo sarebbe bastato per capire che il benessere andava ridistribuito e non lasciato nelle mani di pochi?

Aveva ancora senso il divario tra povertà e ricchezza, aveva ancora senso distruggere il nostro habitat per sfruttare le poche risorse rimaste, aveva ancora senso tutto ciò o occorreva un’inversione troppo a lungo rimandata?

Più che un racconto, uno spunto per una raccolta di pensieri e riflessioni per un progetto di futurologia che ho appena iniziato.

Quando il tempo non esisteva

Quando il tempo non esisteva e nemmeno l’uomo che lo inventò, salvo poi pentirsene amaramente, tutto trascorreva nella più assoluta indigenza.

Tutto era lasciato al caso, all’immancabile destino, quello sì da sempre esistito su animali e cose.

Esisteva da prima degli dei, che per loro divertimento crearono l’uomo e la donna e trasposero su di loro gelosia, invidia e tutte le malvagità che fra di loro avevano già sperimentato.

Ma con gli esseri mortali, così presi dalla loro sessualità, era un dolore e un sanguinamento continui, e per gli dei era una festa continua, e lo è tuttora, visto che ancora l’uomo crede in Dio e ancora si scanna in modo brutale.

Marco Fantuzzi

C’è una luce nuova

C’è una luce nuova sul tuo viso,

c’è il colore degli occhi nel tuo sorriso,

la camminata dolce e decisa dei tuoi passi…

c’è l’amore di un nuovo giorno,

fugge il tempo su queste rive desolate

e tu non lo rincorri,

nella luce calda del tramonto

ti abbandoni ai ricordi.

Il mondo visto dall’alto

Certo il mondo visto dall’alto fa tutta un’altra impressione, dalla finestra di un ospedale ancora di più.

Stefano si era alzato presto quel giorno, il letto del reparto non era scomodissimo, ma non era il suo letto. Gli mancavano i rumori della sua casa, i vetri aperti sul giardino da cui filtrava l’aria della notte, con la luna che faceva capolino tra le fronde degli alberi.

Aprì le finestre e sollevò piano la tapparella, gli altri dormivano ancora. La città si stava svegliando, c’erano ragazze che correvano e anziani che passeggiavano il cane, in lontananza il rumore degli scarichi delle auto che aumentavano pian piano d’intensità.

Dall’alto la visuale era molto più completa, abbracciavi le colline, ancora grigioverdi, i tetti rossi delle case inondati dai primi raggi del sole e lo skyline dove spiccava l’unico grattacielo di questa città di provincia, un monolite grigio che deturpava il paesaggio, e le antenne e le parabole, vere brutture metalliche a cui non si è trovato ancora soluzione.

Una casa attaccata all’altra, senza soluzione di continuità, non sembra passarci aria tra di esse, tantomeno in strada, e l’aria è utile per disegnare la vita dei passanti, un’aria tremula, evaporata nella rugiada mattutina, solo qualche macchia verde spunta tra le tegole, quasi a cercare un respiro che non c’è.

E pensava a tutte le albe viste dall’auto, rasoterra la città era molto più scura, più triste, poi uscivi e alla prima rotonda il traffico ti investiva e non avevi più scampo, un lungo trenino di scatolette colorate ti portava al lavoro e maledivi il coglione che ti tagliava la strada, e il sole che ti sbatteva sugli occhi, e il finestrino chiuso per non sentire l’odore del combustibile bruciato.

Ma presto tutto ricomincerà: fra 9-10 ore invertirai la marcia, e non avrai avuto il tempo nemmeno di pensare, mentre io qui, dall’alto, ho tutto il tempo di sognare.

Marco Fantuzzi

Le banche

Mi domando spesso qual è l’utilità delle banche in un sistema strutturato come il nostro: nessuno. Come la finanza in generale.

E qualche deficiente tra quelli che ci governa vorrebbe far sparire il denaro contante in modo che per qualsiasi transizione sia necessario appoggiarsi ad una banca. Quello è l’unico guadagno certo per le banche, le transazioni bancarie di ogni tipo. Il denaro deve circolare liberamente, le banche dovrebbero essere al massimo nazionalizzate, i privati hanno già fatto abbastanza danni. I ricchi andrebbero aboliti per legge, perché tanto le tasse non le pagano, salvo le eccezioni, le persone più povere le sfruttano, non si vede a cosa servano. E non creano posti di lavoro con le loro aziende, creano solo ricchezza per le proprie tasche. I ricchi sono le persone più inutili di questo mondo, quando commettono un reato dovrebbero essere messi alla gogna ed esposti al pubblico ludibrio perché se è vero che nessuno dovrebbe commettere reati è anche vero che i ricchi non ne hanno nessuna necessità. E non voglio difendere i poveretti che ammazzano o rubano per sopravvivere, ma i ricchi hanno tutto quello che gli serve e anche molto di più. Perché devono continuare a rubare, sfruttando leggi fatte da loro, corrompere per arricchirsi, senza quasi mai pagare per questi reati. Serve una rivoluzione culturale che metta il lavoro e la dignità umana come valore centrale, fondante di una nuova civiltà.

Proviamo a riflettere: cosa succederebbe se le banche, come auspico, cominciassero a fallire. L’unico inconveniente sarebbe che la gente che vi lavora dovrebbe cercare un’altra attività per sopravvivere. Invece tutti gli addetti ai lavori ci vogliono far credere che il mondo crollerebbe. Di sicuro cambierebbe, ma io credo in meglio. Rendiamoci conto che l’unica attività in cui primeggiano è rubare ai poveri, la maggior parte dei correntisti, per dare ai ricchi, che di quelle banche sono azionisti.

Un Robin Hood alla rovescia. Le banche sono molto usate per effettuare pagamenti come le nostre utenze di casa, e per questo potrebbero chiudere anche subito. I bancari potrebbero andare a fare gli esattori per conto di gas, luce, acqua, telefono, tasse. In un attimo abbiamo così creato posti di lavoro, poveri esattori sotto il sole in estate, la neve d’inverno, la pioggia e la nebbia nelle altre stagioni, loro abituati a lavorare a 20° tutto l’anno, seduti sulle loro comode poltroncine, nei loro abiti eleganti, puliti e profumati, che tristezza! Le banche erano nate per poter prestare soldi a chi non li aveva, salvo restituirli a interessi da usura. Quanti soldi risparmiati da parte dei consumatori che spenderebbero solo quando hanno realmente il denaro occorrente. Servirebbero solo più poliziotti per proteggere il denaro in casa, e voilà altri posti di lavoro creati, tanto con le tasse pagate questo si potrebbe fare. E le aziende non dovrebbero fallire per colpa delle banche, perché queste non ci sono più, ma solo per colpa di imprenditori incapaci e inefficienti, e ce ne sono tanti. Ma tutte le persone oneste e di buona volontà saprebbero sostituirli senza vedere il loro posto di lavoro a rischio come succede adesso. E quando accade che l’azienda metta in cassa integrazione perché queste persone non vengono impiegati per casi di pubblica utilità: sono tantissimi. E così i comuni potrebbero risparmiare per migliorare i servizi, lo stesso dicasi per i disoccupati. Perché pagare delle persone che stanno a casa a far niente. Senza banche pian pano scomparirebbero tutte quelle istituzioni che sono lì a garantire gli interessi dei potenti. Eliminiamo anche le banche d’affari e questi bravi economisti mettiamoli ad insegnare nelle nostre università ad un decimo del loro stipendio. I giovani hanno bisogno di bravi maestri se la civiltà deve progredire, adesso non sta progredendo, con milioni di persone che muoiono a causa di guerre, carestie, malattie, indigenza. Non credo che sia solo colpa delle banche, ma ci sono sempre loro dietro ai grandi fallimenti della storia, e si arricchiscono spaventosamente anche in caso di guerra. E a volte falliscono anche loro ma è una pagliuzza in un pagliaio. Io credo che l’economia reale andrebbe molto meglio senza le banche, sono solo aziende a scopo di lucro come tutte le altre. E in una economia sana le aziende devono fallire quando non sono in grado di reggersi da sole, perché sovvenzionarle con soldi pubblici, solo per accontentare il politico di turno che con quelle aziende faceva affari. Meglio ridistribuire a persone che hanno voglia di avviare piccole attività, le sovvenzioni devono servire solo a questo. Quanti miliardi si sarebbero risparmiati e quanti ricchi si sarebbero ridimensionati. Serve più uguaglianza fra le persone, arricchirsi solo con le proprie forze è sicuramente etico, in caso contrario alimentiamo solo la disonestà. L’onestà deve essere un valore fondante, non la furbizia, o l’arroganza, la presunzione, la volgarità e chi più ne ha più ne metta.

Bisogna partire dal presupposto che il denaro non è più un banale mezzo di scambio, il denaro è un dio idolatrato in cui avere fede, e dove poterlo adorare se non nel tempio che è la banca. Come spiegare se no l’accettare il denaro come ragione di vita, come unico metro nella valutazione di cose e persone. Controllando il denaro si prova a controllare quasi tutto, questo è il motivo per cui esistono le banche.

Marco Fantuzzi

Un incontro

Peccato che non ci sia ancora la luna – disse Anna.

È bello anche così – replicò Franco, lanciando un sasso nello specchio scuro del lago notturno.

Il sasso rimbalzò parecchie volte sull’acqua prima di affondare: quante volte da ragazzo si era divertito con gli amici a gareggiare a chi faceva volare più lontano dei piccoli sassi appiattiti.

A questo stava pensando Franco mentre Anna osservava il cielo stellato.

La luna sarebbe sorta da lì a poco ma quel laghetto di montagna sulle cui rive avevano piantato la tenda era quanto di più luminoso potesse scaldare i cuori dei due giovani innamorati.

Franco aveva conosciuto Anna da pochi mesi, durante la pausa pranzo di una ventosa giornata di primavera: lo ricordava bene perché sua madre quel mattino era più agitata del solito.

La malattia che la costringeva a letto da parecchio tempo si acuiva nelle giornate in cui l’aria vorticava intorno a casa.

Era una tragedia vedere sua madre spegnersi ogni giorno di più, lui era sempre stato un combattente, sua madre no, lei stava arrendendosi a un male inesorabile.

A tutto questo stava pensando quando una ragazza dai capelli ramati gli chiese gentilmente qualcosa nel bar della stazione.

Aveva due occhi chiari profondissimi e quando lui si girò per rispondere non poté fare a meno di perdercisi dentro: svanirono i pensieri e lui si domandò da dove arrivasse.

Non l’aveva mai vista, e lui quasi tutti i giorni pranzava in quel locale pieno di gente affannata.

Aveva l’aria di una ragazza che sapeva il fatto suo, con lineamenti dolcissimi e lunghi capelli avvolti in una coda fermata da un elastico colorato.

Vestiva in modo semplice ma ricercato al tempo stesso, era bella ed elegante.

Franco non ricordò cosa le rispose, quello fu il primo incontro, lei ringraziò e poco dopo se ne andò.

L’avrebbe rivista la settimana successiva, nello stesso luogo, alla medesima ora.

Lui era una persona timida e riservata, lei espansiva ed esuberante.

Al secondo incontro fu Franco ad attaccare discorso, non era da lui agganciare una ragazza così, ma era desideroso di nuovi incontri.

Il lavoro non lo stimolava molto in quel periodo, i colleghi nemmeno dopo anni passati insieme.

Lavorava in una grossa azienda di elettrodomestici, che pochi anni prima aveva aperto una filiale produttiva nella zona.

Lei invece era una giovane artista, dipingeva soprattutto acquerelli, abitava a una cinquantina di km in una zona collinare ricca di boschi e laghetti.

Era nei pressi di uno di questi laghetti che avevano piantato la tenda per il loro primo incontro: non la tipica cena nel ristorante “in“ della città con quello che ne poteva seguire, ma una giornata “full immersion” nelle colline che lei tanto amava e che conosceva come le sue tasche.

Franco si era lasciato convincere facilmente, innamorato com’era, vulnerabile com’era.

La luna stava sorgendo, dietro il profilo delle montagne laggiù in fondo, fra un paio d’ore si sarebbe specchiata con gli alberi a far da contorno nell’acqua limpida del lago.

Era stata una breve salita, zaino in spalla, il mattino presto.

L’estate era iniziata da poco.

Il fiero coraggio

Il fiero coraggio della vita non posso dire mi abbia abbandonato, in verità non l’ho mai avuto.

Sono innamorato di un’ideale di vita, non della vita stessa, non del dolore che soffoca la vita stessa, non dell’amore che soffoca il desiderio.

Altro non c’è. Dolore e amore, e in fondo un infinito stupore.

Un bellissimo Ego

Aveva accavallato le gambe di seta nera, più per abitudine che per altro, il suo sguardo non era ammiccante, non ne aveva bisogno. Il suo completo nero, un tailleur di taglio squisito, stringeva forme importanti, questo bastava a richiamare l’attenzione.

L’avevo osservata più volte, e l’avevo vista camminare nella sua alterigia, dubito che coltivasse rapporti umani, se non per necessità fisiologiche, o magari neppure per quelle, difficile da inquadrare.

Il suo sguardo era sempre sfuggente, forse non le interessava l’amore, bastava il suo ego a soddisfarla.

Magari nella sua piccola casa, con graziose tendine color lillà, concedeva al tempo di appropriarsi di se stessa, lontano da sguardi curiosi, davanti a uno specchio si deliziava dell’immagine nuda che nessuno avrebbe mai visto…

Un incipit abbandonato a se stesso