Qual è lo scopo della vita

Qual è lo scopo della vita, navigare forse?

Sì, navigare a vista in quel mare di illusioni che la vita ci propone,

tra terra e cielo c’è il mare, infinito, obliquo, carico di speranze

e insuccessi, navigabile a volte, pieno di voluttuose fantasie.

Se chiedi a un marinaio perché naviga non saprebbe dirlo,

o forse ti direbbe che cerca l’avventura, che banalità,

ma chi non la cerca, a modo proprio naturalmente.

Navigare è esplorare, e l’esplorazione è vita,

fin dalla tenera età esploriamo ciò che ci circonda,

prima i dettagli vicini e poi allarghiamo la vista,

e non ci fermiamo più, fino a sbattere sul nostro orizzonte degli eventi.

Riflessione, impulso, tutto e il contrario di tutto,

chi conosce il mare e lo osserva sa il desiderio

di essere in balia delle onde, dominarle, altrimenti perché navigare?

Sperduto navigante che sogni hai

quando la tempesta ti sbatte qua e là, come un novello Ulisse?

Perché tu sai che la tua vita, la vita di tutti,

altro non è che un Odissea, non hai il controllo degli eventi,

non controlli la tua nascita e nemmeno la tua morte

e nel mezzo ti dibatti in cerca dell’anelata felicità.

Ma tra mura altissime ci sono persone

che non conoscono questa ricerca così affannosa,

stretti nei loro angusti spazi non sanno che fuori

c’è altro da scoprire, la loro mente si è fermata.

E noi savi, richiusi in città senza senso e senza senno,

pigiati gli uni altri sulla via o dentro scatole luccicanti di metallo,

in perenne movimento tra suoni e luci,

ma in fuga da qui con la mente e non solo.

In fuga per sdraiarsi su spiagge dorate, affollate o no,

con l’acqua che appena ti bagna i piedi,

la sabbia che ti sporca la pelle, il sole che la brucia.

E altri in fila su sentieri carichi di abeti e larici,

e in un oceano verde pieno di vita: orsi, marmotte, lupi, volpi, aquile,

sono loro a regnare e a proteggere l’evolversi della natura,

impotenti davanti al crollo di un’altra strada che spacca il bosco,

o una valanga che abbatte e distrugge,

dilacerante opera dell’uomo che taglia alberi invece che piantarli.

E porta quassù, fin dove può e oltre, ancora risorse materiali

per rifugi enormi pieni di comodità che non si possa dire

che anche a tremila metri non ci sia il tempo di un aperitivo.

Ma io, con le gambe stanche, preferisco vivere di ricordi

che sporcare la quiete delle nostre belle montagne,

a questo punto meglio il mare, quello freddo e triste dei nostri inverni.

Perché si può viaggiare anche stando fermi

colmando la vita di incontri e speranze e sogni,

tutto questo ci tiene in vita insieme ai nostri legami che chiamiamo amore.

Marco Fantuzzi

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Illusorio

Illusorio, ma forse ancor più utopistico, è credere di poter addomesticare, o meglio ancora plasmare il pianeta Terra, l’ambiente in cui viviamo.

La natura si è sempre disinteressata degli abitanti che la popolavano, così minuscoli in uno spazio grande come un deserto di terra, acqua e cielo.

Noi oggi rappresentiamo una minuscola parte di tutte le specie animali comparse sulla terra, e chi non lo sa dovrebbe coltivare la propria ignoranza o informarsi in modo adeguato.

Ma mentre le altre specie sono state spazzate via da venti impetuosi, ora noi ci sostituiamo a questi venti e ci avviamo verso il collasso.

Chi vuole mettere la testa sotto la sabbia come uno stupido struzzo si accomodi, ma crescere a dismisura non è possibile.

La Terra è un elemento finito, e allora ben vengano le guerre e i cataclismi naturali, un po’ di pulizia serve per far posto a chi continua a nascere.

Ma la morte non fa differenza alcuna tra persone virtuose e non, e molto spesso uccide i più deboli, parafrasando Darwin, i più “inadatti” alla sopravvivenza della specie.

Marco Fantuzzi

Elisa Biagini

Non ti vedo persona

ma voce che scarnifica l’orecchio,

violento ronzare nei polmoni.

Col tuo lento danzare della testa

mostri i nervi intrecciati,

le tue mani stellate

sono arazzi.

Elisa Biagini

E tu combattente innato

E tu, combattente innato,

sterminatore di genti e popoli, quando mai sei felice?

Tu non sei di questa stirpe, non ci appartieni.

Chi ha instillato in te quell’insana pazzia

in cui deprivi la tua anima del suo stesso spessore?

Non ti spaventano le sciagure,

ma nel buio della notte, quando Morfeo ti coglie

che pensi?

 

Marco Fantuzzi

Non solo gli occhi – MarFan

Chandra Livia Candiani

Amo lo spazio

che ti sta intorno,

scampato.

Come ti accoglie,

e lo attraversi

stracciando attimi

quasi seminassi

furtivamente perle.

Chandra Livia Candiani

1961

1961, è cominciata lì la mia sofferenza per la vita, la mia paura della solitudine, il sentirmi solo e inadeguato in questo mondo in perenne accelerazione.

Ero un bambino, ancora non remigino e già la vita mi aveva posto una sofferenza indicibile, mia madre era in un letto d’ospedale, pesantemente ingessata, fratturata e in fin di vita per una commozione cerebrale, spazzata via da una motocicletta della polizia in una folle corsa impegnata a rincorrere il vento e a seminare foglie per strada.

Era l’inizio dell’autunno e la similitudine è calzante, chissà se nasce lì il mio amore per l’autunno, per i suoi colori, l’abbandono delle foglie per una nuova vita da rinascere nell’altra stagione che amo.

Mi piacciono le mezze stagioni che non sai mai cosa ti promettono: un giorno luce, l’altro vento, un giorno l’arcobaleno, l’altro una nebbia profonda.

Invece le stagioni piene ti portano solo caldo o solo freddo, anche se dicono che non ci sono più le stagioni di una volta…

Marco Fantuzzi