Diceva Oscar Wilde

Diceva Oscar Wilde: “La vita è una cosa terribile”.

Perché un letterato di successo come lui, che aveva avuto una famiglia felice, allietata dalla nascita di due figli di cui era padre orgoglioso, poteva fare un’affermazione del genere?

Poteva dipendere dalle sue scelte omosessuali, per cui pagò duramente, e dalle conseguenze che subì la propria famiglia a causa di questo?

È giusto domandarsi perché la vita è una cosa terribile, è giusto porsi sempre domande quando è così difficile ottenere delle risposte adeguate.

L’uomo dovrebbe cercare sempre di essere felice, di riempire di felicità se stesso e le persone che lo circondano, perché non ci riesce? Perché non vuole farlo.

Non è una priorità dell’uomo rendere felici gli altri, visto che spesso non sa nemmeno come rendere felice se stesso.

Le persone di successo credono di saperlo e tu quando vedi una persona sorridere, di un sorriso “che inonda” dici: “quella sì che è una persona felice”.

Poi le parli o la senti parlare e ti cadono le braccia, e allora pensi: “felicità e successo non vanno a braccetto”.

Forse per essere felici bisognerebbe non incontrare persone stupide, di cui purtroppo è pieno il mondo.

Magari faccio parte anch’io di questa cerchia di persone che tanto ristretta non dev’essere.

Sarebbe bello poter definire dei parametri oggettivi che identifichino in modo certo il concetto di felicità.

In questo modo sarebbe facile essere felici, ma questo obiettivo si scontra con la soggettività personale.

Ognuno di noi è un essere unico, viene da esperienze diverse, vive esperienze diverse, ha emozioni diverse.

Detti così sembrano concetti molto minimalisti ma è la mia esperienza non quella di tutti.

Marco Fantuzzi

Un incontro

Perfino vederla ormai mi toglie il fiato, non riesco più a sostenere il suo sguardo, tantomeno rivolgerle la parola: lei non prende l’iniziativa e mi guarda senza sorridere.

Il suo viso è un enigma, estasiarmi per il suo lento camminare è un’altra delizia per gli occhi, i suoi passi sembrano sfiorare i marciapiedi, mi perderei a guardarla per ore se potessi farlo.

E allora perché non la fermo quando la incontro, e le rivolgo la parola, forse basta anche un semplice ciao per iniziare a parlarle. Mi è appena passata davanti e io non ho nemmeno alzato lo sguardo, ma penso si sia è accorta che l’ho vista, che può pensare? Che sono timidissimo o un maledetto imbecille, propendo per la seconda, visto che la prima volta che ci siamo guardati è stata lei ad abbassare di colpo lo sguardo.

Scrivevo mentre passava, solo le sue lunghe gambe avvolte in pantaloni attillati ho potuto osservare, mentre lei di sicuro mi squadrava, per questo non ho alzato uno sguardo: ho avuto paura di iniziare una storia, ho ancora tracce dentro di me dell’ultima relazione (finita male), non ho voglia di soffrire, anche se dentro di me sono sicuro che lei abbia voglia di parlarmi, almeno quanto me.

L’estate è ormai alla fine, ma l’autunno ne è solo il suo lento proseguire. È ancora caldo durante il giorno, giovani a braccia scoperte, ancora sorridenti per la bella stagione, bambini a correre nei parchi a gustarsi le giornate dopo le prime ore di scuola.

I giorni passano, il tempo vola via e mai più tornerà a rincuorarci, e io mi sento comunque solo anche se potrei alzare solo lo sguardo per cambiare la mia vita.

Gli amori vanno e vengono, ci sorridono inquieti, tu che non sorridi mai cosa celi nel tuo cuore?

Oggi eri a pochi passi da me, io fermo su una panchina, tu venivi verso di me, mi bastava sorriderti per guardare la profondità dei tuoi occhi, forse è questo che aspetti da me, un semplice sorriso, e io ti desidero ma mi sento vecchio quando ti guardo, e questo non cambierà mai, credo sia questo che mi frena insieme a mille altri dubbi.

Fuggisti lo sguardo la prima volta che ti fissai, ora sei sempre tu a cercarmi e io fuggo, che gioco è mai questo, quanto tempo è passato dal nostro primo incontro, un anno, forse due, non ricordo, il tempo andato ormai non conta più, non ci appartiene, niente ci dice che già non conosciamo, solo il presente dà un senso al nostro vivere.

Sembra che il tempo sia scorso invano, ma forse un giorno sorriderai e allora capirò cosa provi.

Spero che i tuoi anni non scorrano infruttuosi, così come sono passati i miei, ma niente passa invano, la tua bellezza è lungi dallo sfiorire (come invece è per me), tanti anni ci dividono, per questo sono restio al contatto, ma i pensieri rimuginano dentro me.

Ci provai senza convinzione a rivolgerti la parola, ma la tua stupita sorpresa mi bloccò, e me ne andai senza capire bene la tua risposta. Da quel momento passarono giorni, settimane, mesi.

Smisi di cercarti con gli occhi, ti guardavo pur senza vederti, ma pian piano mi accorsi che tu mi guardavi con crescente interesse, senza abbassare lo sguardo, e un bel giorno, all’improvviso, girando lo sguardo, mi accorsi di avere i tuoi occhi addosso, mi fissavi senza sorridere, ma intensamente.

Ma io mi girai di colpo, uno sguardo, il tuo, che non riuscivo a sostenere. E da lì un tormento che credevo sopito, esplose a dilaniarmi i giorni e le notti. Pensavo a te, alle tue lunghe braccia che mai avevo strette, alle tue lunghe gambe che giammai avevo sfiorato.

Può un uomo sognar tutta la vita? Può una donna attendere per anni?

Tu Penelope non sei e io il tuo Ulisse nemmeno.

Marco Fantuzzi

Infelicità

Resa e rassegnazione di fronte all’infelicità (la felicità non mi è stata insegnata e io non so come inseguirla).

Un forte senso di esclusione da questa società che ti emargina se non sai adeguarti, il timore di non farcela a galleggiare come gli altri, di non riuscire a raggiungere i tuoi sogni, i tuoi obiettivi.

Non sento più la mia vita permeata dall’amore, cerco incontri improbabili, per non restare solo con i miei pensieri e le mie pene.

Non mi vedo, e forse non l’ho mai fatto, di passeggiare abbracciato all’amore, che è l’unica cosa di cui non si può fare a meno.

Solitudine e incomunicabilità, per questo scrivo poesie, poesie tristi in cui la speranza emerge raramente.

Solo, alla fioca luce di una lampada, do aria ai miei pensieri, tristi, maledetti pensieri.

Scrissi queste parole circa sei anni fa, il mio migliore amico era morto da poco, e da lì trovai la forza per scrivere e pubblicare due libri di poesie (il secondo era davvero riuscito bene). Non ebbi successo, non seppi farmi conoscere, ma questo non mi fermò, e ora è tempo di preparare un altro libro. Me ne sono andato di casa, ho abbandonato la mia famiglia e sono andato a vivere in montagna, quella della mia infanzia e della mia adolescenza.

Marco Fantuzzi

Figli

Figli di un Dio minore

siamo noi esseri umani,

figli non amati

perché fuggimmo l’Eden.

E per questo delusi,

infelici, tristi,

oppressi, umiliati, offesi.

Briciole di felicità

spazzate via da un vento ribelle

su una tavola ancora imbandita.

Questo vento che coglie

e ci raccoglie

come legna da ardere

in un bosco abbandonato da Dio.

Ma una terra feconda

mai smetterà di lottare

e uomini e donne

continuerà a generare.

Marco Fantuzzi