17 aprile 1985

Dove sei, non ti ho dimenticato,

di fianco a mamma ora riposi,

vorrei crederti non più adirato

con me, io e lei fummo sposi.

Dolorosi i giorni dell’addio,

la mia mente distolta dai preparativi

sciagurato non mi accorsi, oddio,

che stavi morendo tra mille tentativi.

Di prolungare la tua infelice vita,

la tua lunga fatica fuori casa

iniziata ragazzino, quasi una gita,

ma presto ti accorgesti di una vita inevasa.

Un tempo bambino (un’altra vita)

Marco_marzo 1961

Questo non è più il mio tempo,

di quando bambino riempivo

la mia testa di fantasie.

Con la mia spada verde e gialla

(che papà mi comprò)

uccidevo draghi e cavalieri.

Con i quaderni colorati

(che mamma mi comprò)

uccidevo la noia

delle giornate piovose.

Ma con la mia rossa bicicletta

(che zia mi comprò)

correvo a perdifiato

nella verde campagna.

Ora non corro più

lascio agli altri questa gioia,

altre riempiono la mia vita

più adatte alla mia età.

Ma tornerei volentieri

ad una vita da ricominciare,

senza memoria di questa:

semplicemente un’altra vita.

Marco Fantuzzi

(marzo 1961)

28 maggio 1974

28 maggio 1974

ricordo bene quel giorno,

l’angoscia che provai,

mamma che provava a calmarmi.

Papà era via col camion,

era a Brescia per lavoro.

Quel giorno la città esplose,

in Piazza della Loggia

uomini oscuri

attentarono alla democrazia.

Non furono mai condannati

e mio padre tornò a casa.

Quante bombe

ancora esplosero,

uomini senza Dio

da non ricordare,

volti ignoti

figli dell’arroganza

dell’uomo.

Papà

Io bambino,

che emozione di fianco a te

sul vecchio “Dodge”

a caricar mattoni in fornace.

Quanto ero piccolo e perso

in quella grossa cabina,

col motore che cantava

e il cambio che grattava.

Io mi guardavo intorno

il camion procedeva lento,

tu intento alla guida

e io guidavo con te.

Cinquant’anni son passati

ma i miei ricordi sono lì con te,

a guardarti al lavoro:

che emozione starti vicino.

Tu, giorni interi lontano,

d’estate anche più,

a trebbiare grano

in campi sterminati.

Ma quando tornavi

con la “Vespa” mi portavi,

io in piedi sul predellino

il vento che mi spettinava.

E io che ridevo

di felicità:

quanto mi manchi Papà!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: