Il mondo visto dall’alto

Certo il mondo visto dall’alto fa tutta un’altra impressione, dalla finestra di un ospedale ancora di più.

Stefano si era alzato presto quel giorno, il letto del reparto non era scomodissimo, ma non era il suo letto. Gli mancavano i rumori della sua casa, i vetri aperti sul giardino da cui filtrava l’aria della notte, con la luna che faceva capolino tra le fronde degli alberi.

Aprì le finestre e sollevò piano la tapparella, gli altri dormivano ancora. La città si stava svegliando, c’erano ragazze che correvano e anziani che passeggiavano il cane, in lontananza il rumore degli scarichi delle auto che aumentavano pian piano d’intensità.

Dall’alto la visuale era molto più completa, abbracciavi le colline, ancora grigioverdi, i tetti rossi delle case inondati dai primi raggi del sole e lo skyline dove spiccava l’unico grattacielo di questa città di provincia, un monolite grigio che deturpava il paesaggio, e le antenne e le parabole, vere brutture metalliche a cui non si è trovato ancora soluzione.

Una casa attaccata all’altra, senza soluzione di continuità, non sembra passarci aria tra di esse, tantomeno in strada, e l’aria è utile per disegnare la vita dei passanti, un’aria tremula, evaporata nella rugiada mattutina, solo qualche macchia verde spunta tra le tegole, quasi a cercare un respiro che non c’è.

E pensava a tutte le albe viste dall’auto, rasoterra la città era molto più scura, più triste, poi uscivi e alla prima rotonda il traffico ti investiva e non avevi più scampo, un lungo trenino di scatolette colorate ti portava al lavoro e maledivi il coglione che ti tagliava la strada, e il sole che ti sbatteva sugli occhi, e il finestrino chiuso per non sentire l’odore del combustibile bruciato.

Ma presto tutto ricomincerà: fra 9-10 ore invertirai la marcia, e non avrai avuto il tempo nemmeno di pensare, mentre io qui, dall’alto, ho tutto il tempo di sognare.

Marco Fantuzzi

È notte fonda

È notte fonda, fuori il vento e la pioggia fanno a gara a chiacchierare a voce alta, molto alta, forse questo mi ha svegliato, e sono sudato come dopo una corsa a perdifiato, mentre in realtà sono immobile nel mio letto, fermo e trafelato.

Il cuore batte come un martello pneumatico che spinge sulla pietra più dura, un incubo, il solito, io che volo fuori con l’auto, ad una curva lei tira diritto, e io mi trovo dolcemente sospeso in aria: devo avere visto troppe volte il finale di Thelma & Louise.

Mi capita spesso di svegliarmi di soprassalto, solo nel letto perché la moglie si è addormentata sul divano, davanti ad uno schermo che parla da solo.

Dev’essere qualcosa che mi trascino dall’infanzia, quando mamma mancava spesso di notte per accudire i suoi malati e papà era via per giorni interi, soprattutto in estate quando lavorava nei campi su grossi aratri meccanici.

Ho cominciato lì ad accumulare solitudine, pur in compagnia di nonna Teresa, dei suoi orti, dei suoi animali, degli amici del cortile, nelle vecchie case popolari che da anni sono sparite e con loro le persone che vi abitavano.

Il risveglio mi quieta un po’, e affiorano ricordi, giorno e notte è un fluire di emozioni più o meno profonde, e come scrittore ho imparato a farle risalire, lentamente ma incessantemente.

Anche ora, solo nel mio letto, con la lampada spenta, mi accovaccio sotto le coperte, in posizione fetale, e comincio a rimuginare parole, a volte senza senso, più spesso sugli amori passati.

Amori effimeri, in momenti della vita in cui la moglie non era presente nel mio cuore, momenti in cui vivevo una nuova primavera, momenti di esaltazione brevi ed intensi in cui stringevo seni gonfi di straordinario desiderio.

 

Marco Fantuzzi

Un vecchio dentista

Che uomo simpatico, pensavo mentre scendevo le scale del vecchio fabbricato alla periferia della città. Ero stato dal vecchio dentista, diversamente giovane dovrei dire, visto che io ho più anni di lui, anche se spesso mi sento un ragazzino innocente e curioso.

Gli appuntamenti nel suo malandato studio sono sempre carichi di vita, e mentre lavora, ma soprattutto dopo, sono una fonte inesauribile di aneddoti ricchi di vitalità.

Oggi ha rispolverato gli anni della gioventù, di quando ancora minorenne, pieno del suo esuberante carattere, s’infilava nelle situazioni più paradossali, nella piena incoscienza dei suoi anni.

«Grisendi, gliela ho raccontato di quella volta …» cominciano sempre così i nostri discorsi, le sue storie (e ci diamo sempre del lei, nonostante ci conosciamo da trent’anni), lui che racconta , è un desiderio irrefrenabile il suo, e io che ascolto con minime interruzioni quel sussurrare di parole.

Il suo è un tono colloquiale e discorsivo, anche quando racconta fatti di una certa gravità; è una persona che ha subito schiaffi pesanti dalla vita, ma non ha perso il gusto di viverla, a differenza di me, che spesso affondo nell’oblio della resa, dimentico della lotta.

Vivacchia col suo mestiere di dentista, il suo studio modesto non è più frequentato come un tempo, anche se lui è un professionista con i fiocchi.

Ma la domenica per lui è una giornata davvero di festa; assieme alla moglie carica il vecchio furgoncino e batte i mercati e le fiere, a vendere tutto quello che lei ha procurato durante la settimana.

Puoi trovarci di tutto sul suo banco, dai modellini di auto da collezione alle porcellane di Bavaria, dai libri usati della collezione Urania alle scarpe di Tod’s appena dismesse.

Tutto si trova e si vende in quell’angolo di paradiso, in cui Giovanni e la giovane moglie intrattengono gli occasionali clienti con quella felicità così facile da leggere in quegli occhi “ridenti e fuggitivi”.

Il vero contatto con la gente curiosa e affabile è il motivo della sua ricerca, quell’angolo di proverbiale allegrezza che ciascuno di noi dovrebbe ritagliarsi, per rendere meno dura questa vita che ci schiaccia ogni momento di più.

È un sorridere alla vita questo banco, pieno di ninnoli e pezzi pregiati, ricco di pensieri mai sopiti, colmo di evanescente tristezza che il mattino scioglierà come rugiada al sole.

Marco Fantuzzi

Racconto_6

…ormai la sua poesia aveva raggiunto uno stato di grazia che apriva sempre più il mio cuore e in risposta ad una mia poesia un’altra che mi descriveva a fondo:

Belle le tue parole

Bello il tuo cuore

Belli i tuoi pensieri

Che cercano amore…

Poi Lei mi spedì delle sue foto che le avevo chiesto e una bellissima lettera in cui si raccontava e alla fine chiedeva che fossi io a parlare.

Io cominciavo a capire che ormai era ora di dichiararsi, lei era contenta di quello che avevo scritto, io ero felice di sentirla così vicina, ancora non immaginava cosa stavo per scriverle.

Lei mi scrisse queste parole:

«Sei davvero galante, grazie…non so chi ti ha ridato allegria, mi piacerebbe pensare di essere stata io, ne sarei felice.»

Così le risposi lasciandola senza parole e senza fiato, incredula ma felice:

«Sei sempre tu a rendermi felice o triste, a seconda che arrivino o no le tue lettere…
Sei sempre tu nei miei pensieri migliori…
Sei sempre tu a ispirarmi e a fare di me una persona migliore…
Sei sempre tu…
Sono sempre io a essere invadente, mi manchi molto…»

Lei mi rispose con queste seducenti parole:

«Dolcissimo amico mio, bello questo sogno, non voglio spegnerlo e nemmeno voglio forzare per farlo vivere, voglio assaporarlo, gustarlo, cullarmi in esso e tenendolo caro e stretto a me, lasciare che mi avvolga e continui a farmi sognare.»

Poi mi scrisse un’altra poesia:

Ragazzo che parli di te

Con quel tuo modo un po’ frenato

Che vorresti tanto dire ma che temi del tuo dire …

ed io ti voglio già molto bene.

Continua…

(grazie all’amica che mi ha regalato le sue emozioni, per rendere più lieti questi miei scritti).

 

Marco Fantuzzi

Racconto_4

…pochi giorni dopo Lei mi scrisse, in risposta a questi miei pensieri, una lettera molto accorata:

Bella la tua poesia, mi piace, mi piace lo sfogo che sento, le tue parole, i tuoi pensieri sono veramente forti.

Penso sia davvero doloroso avere la sensazione di deludere le persone che amiamo, però è più doloroso quando siamo delusi dai nostri comportamenti, quando non amiamo ciò che siamo, ciò che facciamo, addirittura ciò che pensiamo.

Mi spiace di aver scatenato un tale turbinio di sentimenti…però era ora che uscissero!!!

Cerca di volerti bene…, la felicità è fare uscire la bellezza che c’è in ognuno di noi e lasciare andare le oscure paure il più delle volte frutto della nostra immaginazione.

Non farti troppe domande, tu non hai il potere di cambiare la vita di nessuno, ognuno di noi è responsabile e risponde della propria vita.

Non preoccuparti di come credi di apparire, nemmeno devi preoccuparti di potermi deludere, non ti riuscirebbe!!”

Qui ho capito che mi ero innamorato di questa donna così viscerale, così vera, dovevo capire cosa provava Lei, senza rischiare di rovinare un’amicizia che cresceva a dismisura.

La lusingai con dolci parole, scrivevo poesie avendo ormai solo Lei come fonte di ispirazione, si sentiva molto emozionata, fu lì che cominciò a definirmi un poeta, sentii che ormai avevo fatto breccia nel suo cuore, anche se ancora mi sentiva solo come un grande amico…

Marco Fantuzzi

Racconto_2

…Le diedi la mia disponibilità, anche se il tempo di cui disponevo non era tanto, lei si accorse dei miei pensieri e li interpretò come freddezza da parte mia, ma ciò non le impedì di continuare a invadere i miei spazi con altre richieste: troppo importante era per lei il mio aiuto, aveva pensato a me come una persona sensibile che l’avrebbe ascoltata.

Da lì iniziò uno scambio di lettere che crebbe d’intensità ad ogni nuovo contatto.

Scoprimmo di avere ricordi in comune, io venivo da ragazzo dalle sue parti a trovare dei parenti di papà.

Cominciammo così a scambiarci pareri e impressioni e a inviarci vicendevolmente racconti e poesie.

L’amicizia crebbe lentamente ma inesorabilmente e un bel giorno mi accorsi che non potevo fare più a meno dei suoi scritti, delle sue parole, controllavo la posta tre volte al giorno, ma a volte passavano parecchi giorni prima di ricevere sue notizie.

Conoscevo i sintomi: mi ero innamorato…

Racconto_1

La prima volta che la vidi fu alla presentazione di un libro, presso la biblioteca cittadina, e rimasi colpito, anche se non affascinato, soprattutto dalla leggerezza del suo passo e dal suo modo riservato di porsi agli altri.
Ci rivedemmo parecchi mesi dopo a un corso di letteratura dove ebbi modo di conoscerla, anche se un po’ superficialmente.
Eravamo distanti, io ascoltavo i suoi scritti, lei ascoltava i miei, ma non avemmo occasione di scambiarci che poche parole, soprattutto all’uscita.
Il corso terminò e io non partecipai alla serate conclusive, con sommo dispiacere di molte amiche, ma avevo deciso di non leggere i miei testi in pubblico.
Se ci ripenso adesso credo sia stato un errore ma così è la vita: piena di errori a cui non sempre puoi rimediare.
Lei scomparve dalla mia vita così come v’era entrata, improvvisamente.
Ma un giorno trovai una e-mail in cui mi chiedeva, molto gentilmente di aiutarla nella stesura e correzione di alcuni testi, solleticando il mio professionale aiuto…

 

Marco Fantuzzi