Il cambiamento

Sono una persona che si lascia spesso prendere dall’euforia salvo poi deprimersi quando i risultati non arrivano. Ma bisogna imparare a non mollare mai imparando a cambiare il nostro modo di pensare. Io sono sempre stato una persona che si accontentava di quello che aveva, e quando ho provato ad ottenere qualcosa in più ho spesso fallito. Mi rendo conto adesso, a più di 60 anni, che non ci ho creduto abbastanza. Sicuramente il mio carattere ha inciso profondamente nelle mie scelte e nelle loro realizzazioni, ma credo che cambiare il carattere sia una delle cose più difficili da realizzare. Da dove si comincia per realizzare questo cambiamento? Forse ponendosi obiettivi di piccola portata ma significativi che ti facciano stare meglio giorno dopo giorno. La politica dei piccoli passi mi sembra la più adatta, cercare di realizzare grossi obiettivi in poco tempo può essere frustrante in caso di sconfitta. O invece no, se si ha la forza di ripartire con energia nonostante la sconfitta.

Marco Fantuzzi

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Esilio ed estraniazione

Esilio ed estraniazione, come si fa a parlarne se, pur non essendoti mai allontanato dalla tua città natale, ti senti all’improvviso fuori tempo e fuori luogo, immerso nella solitudine dei luoghi che hai tanto amato e che ancora ami.

 

Marco

Il giardino delle rose

Care amiche ed amici,

mi sono dimenticato di dirvi che anche stavolta WRITERS ha pubblicato un mio racconto, quello del titolo. Orribile dimenticanza per i miei affezionati lettori. Chiedo venia, non mi cospargo il capo di cenere, perché i capelli stanno diventando grigi comunque.

Passate di qua, c’è tanta altra brava gente che ha piacere di farsi leggere, e potete contattare Elena, la nostra direttrice, sempre in cerca di persone che condividano la nostra passione, qui sotto la mail a cui potete scrivere:

writers.blogmagazine@gmail.com

e qui il collegamento al sito, da dove potete anche scaricare la rivista

https://writersezine.wordpress.com/

Buona lettura e spero di trovarvi presto compagni di viaggio.

 

Marco Fantuzzi

C’è un tempo perduto

C’è un tempo perduto

E un tempo ritrovato,

Ci sono le tue carezze

E ci sono le tue certezze,

I nostri incontri di ieri

E dell’oggi dolci pensieri,

C’è la luce sui nostri visi

E nel tramonto i sorrisi.

C’è il battito del cuore

Che spinge sul tuo seno,

C’è l’inconfondibile amore

Che arriva in un baleno,

C’è l’oggi e c’è il domani

E ci sei tu nelle mie mani,

C’è un bacio che mi preme

E c’è l’incanto del mio seme.

C’è tutto e non c’è niente

C’è solo passione ardente.

 

MarFan

L’energia che ci appartiene

L’energia che ci appartiene da dove arriva? Quegli infiniti puntolini di materia, piccoli miliardesimi di miliardesimi di millimetro, da dove prendono l’energia vitale che li fa fluttuare continuamente e permette a noi di vivere?
C’è una spiegazione razionale e una irrazionale (la fede lo è sempre, perché abbandona il nostro libero arbitrio e ci fa credere in qualcosa che non possiamo vedere, né toccare, anche se molti dicono di sentire questo spirito invadente), a chi credere?
Certo queste sembrano tutte domande, potevo svolgere il tema affrontato in modo diverso, ma non sarebbe cambiato una virgola.
Il mondo è di un’incertezza disarmante e porsi o non porsi domande non fa nessuna differenza.
Pensiamo a quanti miliardi di atomi sono presenti nel nostro organismo, e non sono nemmeno i puntolini di cui dicevo all’inizio, questi compongono un atomo e hanno nomi diversi, forse non li abbiamo nemmeno scoperti tutti, perché ogni giorno l’uomo e con lui la scienza, si spingono a livelli sempre più microscopici e ogni giorno mette in dubbio qualcosa: maledetta incertezza!
Solo un granello di sabbia contiene miliardi di miliardi di atomi, riuscirà qualcuno un giorno a scomporre la materia e giungere all’intima natura di noi stessi, puntolini che vorticano su se stessi e intorno agli altri, fluttuando come onde e particelle.?
Questo siamo, nient’altro che materia assemblata di cui non sappiamo l’origine, non sappiamo chi siamo, né da dove veniamo, né dove un giorno andremo.
E quando gli atomi girano per il verso giusto siamo calmi e riflessivi, ma è quando collidono che il nostro cervello fa le scelte più scellerate.
Intanto, nel ventre della Terra, migliaia di scienziati, isolati nei loro laboratori di ricerca, fanno viaggiare atomi alla velocità della luce, li fanno collidere con altri, ne studiano le reazioni, impiegano miliardi di dollari per dare risposte che verranno forse utilizzate tra 10-20 anni.
Certo il progresso non si deve fermare, ma solo se l’utilità che crea è a disposizione di tutti, altrimenti a che serve progredire se il beneficio è di pochi che lo useranno a discapito dell’intera umanità.
Per decenni mi sono considerato un uomo di scienza, ora tutto ciò si sta incrinando, perché la scienza non è più al servizio di tutti, e forse non lo è mai stata, io l’ho capito solo adesso.
Oggi si dispone di una ricchezza materiale distribuita malissimo, in mano a poche persone considerando i miliardi di esseri umani.
Possibile nessuno capisca il valore di un essere umano che nasce già sapendo che morirà di fame?
Ma come disse qualcuno, di cui non ricordo il nome, la morte di un essere umano è un problema, o qualcosa del genere, ma cento, diecimila o un milione di morti sono solo statistiche da affidare alla storia.
Tutto ciò non è brutto, è orrendo, siamo in un’epoca in cui la vita non ha più nessun valore, a tutto diamo un prezzo, tutto ha un costo, poco spazio per sentimenti ed emozioni, solo quando vogliamo rilassarci andiamo a cercare un artista nel suo campo d’elezione per tributargli il giusto riconoscimento.
Siamo partiti dagli atomi per arrivare a parlare di arte, ma d’altra parte a livello microscopico vige l’indeterminatezza, mentre a livello macroscopico ci sentiamo tutti un po’ poeti, almeno qui da noi, popolo di santi ed eroi, nel vigore dell’incertezza.

Marco Fantuzzi

Di fiore in fiore

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È notte fonda

È notte fonda, fuori il vento e la pioggia fanno a gara a chiacchierare a voce alta, molto alta, forse questo mi ha svegliato, e sono sudato come dopo una corsa a perdifiato, mentre in realtà sono immobile nel mio letto, fermo e trafelato.

Il cuore batte come un martello pneumatico che spinge sulla pietra più dura, un incubo, il solito, io che volo fuori con l’auto, ad una curva lei tira diritto, e io mi trovo dolcemente sospeso in aria: devo avere visto troppe volte il finale di Thelma & Louise.

Mi capita spesso di svegliarmi di soprassalto, solo nel letto perché la moglie si è addormentata sul divano, davanti ad uno schermo che parla da solo.

Dev’essere qualcosa che mi trascino dall’infanzia, quando mamma mancava spesso di notte per accudire i suoi malati e papà era via per giorni interi, soprattutto in estate quando lavorava nei campi su grossi aratri meccanici.

Ho cominciato lì ad accumulare solitudine, pur in compagnia di nonna Teresa, dei suoi orti, dei suoi animali, degli amici del cortile, nelle vecchie case popolari che da anni sono sparite e con loro le persone che vi abitavano.

Il risveglio mi quieta un po’, e affiorano ricordi, giorno e notte è un fluire di emozioni più o meno profonde, e come scrittore ho imparato a farle risalire, lentamente ma incessantemente.

Anche ora, solo nel mio letto, con la lampada spenta, mi accovaccio sotto le coperte, in posizione fetale, e comincio a rimuginare parole, a volte senza senso, più spesso sugli amori passati.

Amori effimeri, in momenti della vita in cui la moglie non era presente nel mio cuore, momenti in cui vivevo una nuova primavera, momenti di esaltazione brevi ed intensi in cui stringevo seni gonfi di straordinario desiderio.

 

Marco Fantuzzi