Arrivò finalmente il giorno

Arrivò finalmente il giorno in cui il Paradosso di Moravec fu superato. Gli scienziati erano riusciti a dare ai robot non solo sembianze umane ma anche tutte le caratteristiche motorie che per lungo tempo avevano fatto dei robot macchine agili solo nel pensiero.

Ma grazie allo sviluppo delle nanotecnologie si era rapidamente compresa la direzione da prendere, la morfologia dei robot era ormai a livello dell’uomo e una volta vestiti come noi sarebbe stato impossibile distinguerli, presto sarebbero stati indistinguibili sotto ogni aspetto.

Solo la coscienza di sé ogni tanto li tradiva, con opportune osservazioni e misurazioni dell’attività elettrica del cervello era possibile distinguerli con certezza.  Ma la tecnologia progrediva a una tale velocità che presto non ci sarebbero state differenze tra noi e loro.

Solo chi li controllava avrebbe saputo, ma c’era pure il rischio che questi androidi potessero sfuggire al controllo e vivere di vita propria. E allora avrebbero raggiunto traguardi per noi impensabili, magari avrebbero trovato la tecnologia per viaggiare alla velocità della luce.

L’universo non avrebbe avuto confini e avremmo saputo se l’uomo era solo nell’universo, se esisteva Dio, se c’erano limiti alla conoscenza, se noi avevamo un obiettivo, se eravamo arrivati sulla Terra per un certo scopo, da dove venivamo e dove saremmo andati.

Avremmo scoperto la nostra anima nel profondo, ne avremmo scoperti gli abissi o avremmo raggiunto vette inarrivabili. Ma tutto questo sarebbe bastato per capire che il benessere andava ridistribuito e non lasciato nelle mani di pochi?

Aveva ancora senso il divario tra povertà e ricchezza, aveva ancora senso distruggere il nostro habitat per sfruttare le poche risorse rimaste, aveva ancora senso tutto ciò o occorreva un’inversione troppo a lungo rimandata?

Più che un racconto, uno spunto per una raccolta di pensieri e riflessioni per un progetto di futurologia che ho appena iniziato.

Linguaggio impuro

Ogni linguaggio è contaminato,

dai nostri sensi,

dalle nostre azioni,

dalle nostre interazioni,

dai nostri sentimenti,

dal nostro umore.

Non esiste la purezza,

non è di questo mondo.

Duri e puri,

un’utopia,

potrebbe portarci lontano,

o farci naufragare,

per sempre.

Marco Fantuzzi

Il vecchio campo di calcio

Quante partite su quel prato incolto, dove l’erba cresceva a strappi, stretto tra la ferrovia a nord e la Via Emilia a sud.

E a completare quella piccola area sportiva un piccolo campo di pallacanestro, lastricato in cemento e in un angolo una casupola che doveva servire da spogliatoio, ma in realtà era completamente vuota con due aperture senza serramenti a mo’ di porta e di finestra.

Ora tutto questo è scomparso da molti anni, al suo posto una palazzina con tante antenne e parabole sul tetto.

Allora era un luogo di ritrovo per gli adolescenti della zona, lì feci a botte con un ragazzo della mia età, fu la prima e unica volta nella mia vita.

Quel campetto di dimensioni irregolari, circondato da vigneti di lambrusco e da un canale di bonifica, mal tenuto a dir la verità, che alimentava l’irrigazione delle case coloniche della zona, segnò l’inizio della mia adolescenza.

C’erano molti contadini allora, stiamo parlando della fine degli anni sessanta, i figli di molti di loro vennero a scuola con me per tutte le elementari.

Sul campo in cemento imparai da solo ad andare in bicicletta, mio padre non mi volle mai insegnare, spaventato da un terribile incidente che subì mia madre mentre in bicicletta tornava a casa dal lavoro.

Rimase in coma per parecchi giorni, povero papà ha rischiato di rimanere vedovo molto giovane con un bimbo di 6 anni da crescere.

Dev’essere iniziato quel giorno il mal di vivere che ancora mi porto addosso.

Marco Fantuzzi

Quando il tempo non esisteva

Quando il tempo non esisteva e nemmeno l’uomo che lo inventò, salvo poi pentirsene amaramente, tutto trascorreva nella più assoluta indigenza.

Tutto era lasciato al caso, all’immancabile destino, quello sì da sempre esistito su animali e cose.

Esisteva da prima degli dei, che per loro divertimento crearono l’uomo e la donna e trasposero su di loro gelosia, invidia e tutte le malvagità che fra di loro avevano già sperimentato.

Ma con gli esseri mortali, così presi dalla loro sessualità, era un dolore e un sanguinamento continui, e per gli dei era una festa continua, e lo è tuttora, visto che ancora l’uomo crede in Dio e ancora si scanna in modo brutale.

Marco Fantuzzi

C’è una luce nuova

C’è una luce nuova sul tuo viso,

c’è il colore degli occhi nel tuo sorriso,

la camminata dolce e decisa dei tuoi passi…

c’è l’amore di un nuovo giorno,

fugge il tempo su queste rive desolate

e tu non lo rincorri,

nella luce calda del tramonto

ti abbandoni ai ricordi.

Il mondo visto dall’alto

Certo il mondo visto dall’alto fa tutta un’altra impressione, dalla finestra di un ospedale ancora di più.

Stefano si era alzato presto quel giorno, il letto del reparto non era scomodissimo, ma non era il suo letto. Gli mancavano i rumori della sua casa, i vetri aperti sul giardino da cui filtrava l’aria della notte, con la luna che faceva capolino tra le fronde degli alberi.

Aprì le finestre e sollevò piano la tapparella, gli altri dormivano ancora. La città si stava svegliando, c’erano ragazze che correvano e anziani che passeggiavano il cane, in lontananza il rumore degli scarichi delle auto che aumentavano pian piano d’intensità.

Dall’alto la visuale era molto più completa, abbracciavi le colline, ancora grigioverdi, i tetti rossi delle case inondati dai primi raggi del sole e lo skyline dove spiccava l’unico grattacielo di questa città di provincia, un monolite grigio che deturpava il paesaggio, e le antenne e le parabole, vere brutture metalliche a cui non si è trovato ancora soluzione.

Una casa attaccata all’altra, senza soluzione di continuità, non sembra passarci aria tra di esse, tantomeno in strada, e l’aria è utile per disegnare la vita dei passanti, un’aria tremula, evaporata nella rugiada mattutina, solo qualche macchia verde spunta tra le tegole, quasi a cercare un respiro che non c’è.

E pensava a tutte le albe viste dall’auto, rasoterra la città era molto più scura, più triste, poi uscivi e alla prima rotonda il traffico ti investiva e non avevi più scampo, un lungo trenino di scatolette colorate ti portava al lavoro e maledivi il coglione che ti tagliava la strada, e il sole che ti sbatteva sugli occhi, e il finestrino chiuso per non sentire l’odore del combustibile bruciato.

Ma presto tutto ricomincerà: fra 9-10 ore invertirai la marcia, e non avrai avuto il tempo nemmeno di pensare, mentre io qui, dall’alto, ho tutto il tempo di sognare.

Marco Fantuzzi