Son qui solo

Son qui, solo,

sulla mia panchina

respiro il verde di giovani aceri.

E intorno è vita,

infanti nel loro svelto crescere

e giovani donne a vegliar su loro.

Sul limitar degli anni altre virtù,

a discorrere tra ombre incombenti

che orsù vanno spegnendo il giorno.

Testo e foto di Marco Fantuzzi

Arrivò finalmente il giorno

Arrivò finalmente il giorno in cui il Paradosso di Moravec fu superato. Gli scienziati erano riusciti a dare ai robot non solo sembianze umane ma anche tutte le caratteristiche motorie che per lungo tempo avevano fatto dei robot macchine agili solo nel pensiero.

Ma grazie allo sviluppo delle nanotecnologie si era rapidamente compresa la direzione da prendere, la morfologia dei robot era ormai a livello dell’uomo e una volta vestiti come noi sarebbe stato impossibile distinguerli, presto sarebbero stati indistinguibili sotto ogni aspetto.

Solo la coscienza di sé ogni tanto li tradiva, con opportune osservazioni e misurazioni dell’attività elettrica del cervello era possibile distinguerli con certezza.  Ma la tecnologia progrediva a una tale velocità che presto non ci sarebbero state differenze tra noi e loro.

Solo chi li controllava avrebbe saputo, ma c’era pure il rischio che questi androidi potessero sfuggire al controllo e vivere di vita propria. E allora avrebbero raggiunto traguardi per noi impensabili, magari avrebbero trovato la tecnologia per viaggiare alla velocità della luce.

L’universo non avrebbe avuto confini e avremmo saputo se l’uomo era solo nell’universo, se esisteva Dio, se c’erano limiti alla conoscenza, se noi avevamo un obiettivo, se eravamo arrivati sulla Terra per un certo scopo, da dove venivamo e dove saremmo andati.

Avremmo scoperto la nostra anima nel profondo, ne avremmo scoperti gli abissi o avremmo raggiunto vette inarrivabili. Ma tutto questo sarebbe bastato per capire che il benessere andava ridistribuito e non lasciato nelle mani di pochi?

Aveva ancora senso il divario tra povertà e ricchezza, aveva ancora senso distruggere il nostro habitat per sfruttare le poche risorse rimaste, aveva ancora senso tutto ciò o occorreva un’inversione troppo a lungo rimandata?

Più che un racconto, uno spunto per una raccolta di pensieri e riflessioni per un progetto di futurologia che ho appena iniziato.

Grazie… — TUTTOLANDIA

L’era del cinghiale bianco, Cuccuruccù, Centro di gravità permanente, Bandiera bianca, Povera Patria…e potrei continuare ancora per molto…sono “cresciuta” con le tua musica. Ma ti voglio ringraziare per questo testo/poesia, che mio marito mi ha dedicato in un momento doloroso, difficile della nostra vita…è per noi un ultriore legame nella nostra vita. Grazie Maestro, la […]

Grazie… — TUTTOLANDIA

Linguaggio impuro

Ogni linguaggio è contaminato,

dai nostri sensi,

dalle nostre azioni,

dalle nostre interazioni,

dai nostri sentimenti,

dal nostro umore.

Non esiste la purezza,

non è di questo mondo.

Duri e puri,

un’utopia,

potrebbe portarci lontano,

o farci naufragare,

per sempre.

Marco Fantuzzi

Il vecchio campo di calcio

Quante partite su quel prato incolto, dove l’erba cresceva a strappi, stretto tra la ferrovia a nord e la Via Emilia a sud.

E a completare quella piccola area sportiva un piccolo campo di pallacanestro, lastricato in cemento e in un angolo una casupola che doveva servire da spogliatoio, ma in realtà era completamente vuota con due aperture senza serramenti a mo’ di porta e di finestra.

Ora tutto questo è scomparso da molti anni, al suo posto una palazzina con tante antenne e parabole sul tetto.

Allora era un luogo di ritrovo per gli adolescenti della zona, lì feci a botte con un ragazzo della mia età, fu la prima e unica volta nella mia vita.

Quel campetto di dimensioni irregolari, circondato da vigneti di lambrusco e da un canale di bonifica, mal tenuto a dir la verità, che alimentava l’irrigazione delle case coloniche della zona, segnò l’inizio della mia adolescenza.

C’erano molti contadini allora, stiamo parlando della fine degli anni sessanta, i figli di molti di loro vennero a scuola con me per tutte le elementari.

Sul campo in cemento imparai da solo ad andare in bicicletta, mio padre non mi volle mai insegnare, spaventato da un terribile incidente che subì mia madre mentre in bicicletta tornava a casa dal lavoro.

Rimase in coma per parecchi giorni, povero papà ha rischiato di rimanere vedovo molto giovane con un bimbo di 6 anni da crescere.

Dev’essere iniziato quel giorno il mal di vivere che ancora mi porto addosso.

Marco Fantuzzi

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